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Alluvione Genova, la storia di ‘Aggiohouse’ tra burocrazia e soldi che non ci sono: “Fuori casa da 20 giorni, siamo stati abbandonati”

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Genova. “All’improvviso ho sentito il pavimento tremare mentre le luce andava e veniva, ho provato ad aprire la porta per capire se fosse venuto giù un rudere vicino a casa nostra. L’ho visto ancora in piedi e ho richiuso subito perché stava arrivando troppa acqua. Poi è arrivato mia marito, che è riuscito a a vedere tra un lampo e un altro che la frana era sopra la nostra casa. Così abbiamo fatto un paio di zaini e siamo fuggiti”. Aurelia LoBosco racconta così quella terribile sera del 9 ottobre, quando ha dovuto in tutta fretta insieme al marito a ai due bimbi lasciare la sua casa di Aggio in alta Valbisagno.

E dopo 20 giorni ancora non sa quando potrà rientrare. “Sono arrivati i vigili del fuoco e ci hanno dato un decreto di sgombero, poi a ripetizione tecnici e geometri di Provincia e Comune. Ci hanno detto che a franare sono state alcune fasce di privati, ma a convogliare tutta quell’acqua verso la nostra casa sarebbe stata una frana sovrastante la provinciale che passa sopra la nostra abitazione”. Settecento euro al mese di muto da pagare per altri 14 anni e 400 tonnellate di fango che minacciano il tetto della casa: “Ci dicono che la nostra è una vecchia casa solida, ma per togliere i detriti e riparare ai danni del fango servono 200 mila euro, e noi di certo non li abbiamo”. Aurelia, Stefano e i loro due figli ora vivono dalla suocera: “Siamo fortunati ad avere un posto dove andare, anche la Caritas ci ha contattato per sapere se abbiamo bisogno di una casa. Per fortuna al momento un tetto lo abbiamo, ma vogliamo tornare a casa nostra. Mio figlio di sei anni me lo chiede ogni giorno e non so cosa rispondergli”.

Sì perché dopo il fango lo scoglio più grosso ora è ancora una volta la burocrazia: “In un primo tempo ci hanno risposto che avrebbero risolto tutto con le somme urgenze, poi abbiamo scoperto che il Comune già nel 2011 avrebbe fatto una segnalazione alla Provincia su interventi da realizzare per la canalizzazione delle acque e questo escluderebbe di poter rientrare nelle somme urgenze, ma questa documentazione non si sa che fine abbia fatto. Quindi non sappiamo nemmeno chi dovrebbe intervenire. Il commissario Fossati è rimasto colpito dalla nostra vicenda e è stato molto disponibile, ma in concreto in questi venti giorni non è successo niente anche perché le risorse a disposizione sono molto poche”. “Non è un problema di mancanza di volontà – spiega l’assessore comunale alla protezione civile Gianni Crivello – ma di competenze. In questo caso sono franate aree di proprietà di alcuni privati, ma a monte, in base alle informazioni che ho, ci sarebbe una carente regimentazione delle acque che è competenza della Provincia. Proverò questa sera a sentite il commissario Fossati per capire come possiamo intervenire, ma la Provincia è in forte difficoltà il Comune, come abbiamo già visto in questi anni, non può intervenire finanziando lavori su aree non di sua proprietà”. Proprio oggi l’assessore Crivello porterà in giunta una delibera per 48 opere di somma urgenza per un totale di circa 25 milioni. Mentre da Roma ieri il prefetto Gabrielli ha detto che arriveranno circa 12 milioni di euro per lo stato di emergenza di fronte a danni complessivi per 250 milioni. “Non so come faremo, dovremo metterci a urlare tutti quanti perché senza risorse pubbliche non sappiamo come fare”.

Unica nota positiva di tutta la vicenda di ‘Aggiohouse’ (così Aurelia e la sua famiglia hanno chiamato la loro casa e così si chiama il gruppo aperto su Facebook per aggiornare gli amici sulla loro situazione) è la tanta solidarietà ricevuta da parte degli abitanti del piccolo paese dell’alta Val Bisagno e non solo: “Sono in tanti che in queste settimane ci hanno chiesto di cosa avessimo bisogno, chi chi ha offerto detersivi, chi generi alimentari, addirittura sconosciuti che mi hanno proposto una casa, senza parlare degli ‘angeli del fango dei monti’ che per primi dal 10 ottobre hanno ripulito le strade di Aggio”. Addirittura in paese si stanno raccogliendo fondi, ma 200 mila euro sono troppi. Per aiutare gli abitanti di ‘Aggiohouse’ c’è anche un progetto di crowfounding perché Aurelia e suo marito non si perdono d’animo e, prima e dopo il lavoro, passano da una telefonata all’altra, da un incontro all’altro per cercare di avere risposte, anche se di risposte per ora, non ne sono arrivate.