L'intervista a tutto tondo all'ex arbitro Mauro Bergonzi - IVG.it
Esclusiva

Racconti di carriera e il “voltastomaco” per i recenti fatti di cronaca: l’intervista all’ex arbitro Mauro Bergonzi

L'intervista a tutto tondo all'ex fischietto genovese

Mauro Bergonzi

Un sogno ricorrente che sovente viene rivelato è: “Voglio fare il calciatore”.

Dai primi calci con gli amici nel campetto del proprio paese, immaginandosi di giocare a San Siro o all’Olimpico, ogni bambino ha in cuor suo questo desiderio.

Dopo qualche anno, chi si rende conto di essere nelle condizioni di potercela fare comincia a trasmutare il sogno in obiettivo, magari avendo anche la fortuna di riuscirci.

C’è chi ai calzettoni e al completo da gara aggiunge un elemento distintivo, che lo rende unico e inconfondibile tra i 22 giocatori in campo: l’arbitro, un ruolo particolare e complesso quanto estremamente importante.

Per arbitrare servono molta personalità e sicurezza, come anche per diventare un calciatore. Si potrebbe dire che questi, da sempre in “contrasto” fra loro, svolgono un percorso similare.

Dirigere delle partite in Serie A dev’essere veramente suggestivo, trovandosi padrone delle proprie scelte davanti ad un grande pubblico osservatore e, come in tutti gli ambiti, sempre pronto a ergersi a giudice.

Man mano che si scende in campo l’esperienza diventa un fattore importante: più gare, più personalità.

E oggi abbiamo il piacere di conoscere meglio un arbitro ligure che ce l’ha fatta, arrivando a dirigere un totale di 249 partite tra Serie A e Serie B: Mauro Bergonzi della sezione di Genova, divenuto poi per una stagione presidente del C.R.A. Liguria.

Così, tra alcuni aneddoti e pareri, Bergonzi ha risposto così:

Signor Bergonzi, ci può fare un po’ un racconto degli inizi della sua carriera da arbitro? Com’è nata questa idea? C’è stato qualcuno a spingerla oppure è stata una sua spontanea decisione?

“La scelta di fare l’arbitro è arrivata per un motivo molto semplice: ENTRARE GRATIS ALLO STADIO. Sono di Genova, ho svolto il corso alla fine del 1990, ed in quel periodo una delle due squadre della mia città, di cui sono sempre stato fortemente simpatizzante, dominava il campionato di Serie A. Un vicino di casa lo disse a mia madre la quale mi convinse ad iscrivermi al corso. Fu una scelta azzeccata”.

Quando è stato il momento in cui ha capito che avrebbe fatto una carriera ad alti livelli?

“Fin da subito i vari dirigenti arbitrali mi dicevano che ero bravo, ma sinceramente non ho mai pensato di arrivare in Serie A. Al terzo anno di Serie C, dal momento in cui ero designato quasi tutte le domeniche per le partite più importanti, ho iniziato a crederci: a fine stagione fui promosso in Serie A e B”.

Ci può raccontare il suo esordio nella massima serie?

“L’esordio in Serie A avvenne il 7 dicembre 2003, era un Lecce Parma terminato 1-2: sono quelle date indimenticabili impossibili da scordare. Devo dire la verità che non provai troppa tensione il giorno della gara, ma l’emozione incontenibile fu durante il ritiro di Coverciano, quando mi venne comunicato che avrei esordito. Ricordo ancora adesso la telefonata a mia moglie, ai miei genitori e a mia sorella, non riuscivo quasi a dirglielo da quanto ero felice”.

Com’era il rapporto tra Mauro Bergonzi e le critiche?

“Guarda, il mio rapporto con le critiche, con la lettura dei quotidiani sportivi, con gli episodi da moviola nelle trasmissioni televisive era semplice: se sapevo di aver fatto una bella gara leggevo tutti i giornali e guardavo più trasmissioni possibili, al contrario, tv “spenta” e lontanissimo da qualsiasi quotidiano sportivo. Nonostante ciò, stai pur certo che quando le partite non andavano bene c’era sempre qualcuno che ti raccontava i 4 in pagella o le critiche in televisione: fa parte del gioco, bisogna conviverci”.

Se dovesse raccontare un solo aneddoto, quale racconterebbe?

“Di aneddoti ce ne sarebbero tanti in 23 anni di attività, di cui 15 tra i professionisti. Potrei raccontarti quando, durante una gara di serie A, ero impegnato come quarto uomo e alzai il tabellone per indicare 4 minuti di recupero, dopodiché un calciatore disse al direttore di gara centrale: “Vedi, quello lì è il voto che prendi domani sulla gazzetta”.
Oppure in una partita, sempre di Serie A, non ammonii un giocatore commettendo un errore. A fine primo tempo, nel tunnel che conduce agli spogliatoi, il calciatore mi chiese spiegazioni. Mi ero perso una bella ammonizione, può capitare, ma non avevo giustificazioni tecniche supportabili. Allora gli dissi: “Ascoltami, ti dico la verità ma non dirla a nessuno: quel giocatore che non ho ammonito ce l’ha mio figlio al Fantacalcio!!”. Mi mandò a quel paese ma a fine partita mi regalò la sua maglia”.

Con l’avvento del VAR tanti dubbi vengono risolti ma alcuni restano ancora irrisolti: lei che ne pensa di questo utilizzo?

“Il VAR è fondamentale per il calcio moderno: elimina i grandi errori dei direttori di gara ed ha azzerato quelli sui fuorigioco. Ti rendi conto di quanto sia utile in quelle partite in cui il VAR non è previsto. Indietro non si tornerà mai più, è stata un eccellente innovazione ed avrei voluto poterlo utilizzare io…mamma mia quanti errori avrei evitato!”.

Dopo aver smesso di arbitrare ha svolto numerose funzioni: tra presidente del C.R.A e club manager dell’Albisola.
Ha sentito un cambiamento particolare e le è mancato, o le sta mancando, il fischietto?

“Ho smesso di arbitrare nel 2014, nel momento giusto e all’apice delle mie performance senza aver fatto troppi disastri. Ho chiuso la carriera con la massima fiducia del designatore e dei vertici AIA, il rispetto totale dei calciatori e dei miei colleghi. Di più non potevo volere. Da allora non ho mai avuto nostalgia del campo”.

In conclusione, si vedono alcuni giovani nelle categorie giovanili o impreparati oppure molto timorosi. Quando lei è stato arbitro in quelle leve, come si è comportato e cosa si sentirebbe di consigliare ai giovani fischietti?

“Al giorno d’oggi è molto difficile arbitrare, soprattutto nelle categorie dilettantistiche. Ci sono tanti giovani che si trovano a dirigere gare con calciatori e dirigenti spesso molto più grandi di loro. È ovvio che ci sia timore, alla luce poi delle ultime violenze sui fischietti, di cui una proprio nella nostra provincia, delle quali non voglio commentare perché danno il voltastomaco. Vorrei chiedere a questi signori con la s minuscola, come si comporterebbero se fossero i loro figli ad essere aggrediti al posto degli arbitri”.

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