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Genova, l”ndrangheta allunga il suo braccio in Piemonte: tra gli affiliati un consigliere del Pdl

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Genova. Dopo l’arresto dei boss della ‘ndrangheta Domenico Belcastro, Onofrio Garcea e Domenico Gangemi, proseguono le indagini sulla cosca malavitosa, che dal capoluogo ligure ha esteso il suo braccio anche in Piemonte, ma mantenendo sempre il caposaldo in Liguria. “E’ cambiata l’Italia, è cambiato il mondo, dobbiamo cambiare anche noi tante cosettine. Dobbiamo fare le nuove riforme”. A parlare non sono due esponenti politici ma due presunti appartenenti alla ‘ndrangheta, in una conversazione intercettata dai Carabinieri del Ros su richiesta della Dda di Genova.

Il resoconto è stato riportato nell’ordinanza di custodia cautelare a carico di 19 persone appartenenti al “Locale” Basso Piemonte, smantellato ieri dai carabinieri in seguito a un’ inchiesta coordinata dalla procura di Torino. Il colloquio si svolge in un negozio di frutta il 18 marzo 2010 e l’argomento è l’affiliazione di un uomo politico, cosa che in base alle regole della ‘ndrangheta non sarebbe permessa: si tratta di Giuseppe Caridi, consigliere comunale del Pdl di Alessandria.

Domenico Gangemi (considerato il boss di diversi ”locali” in Liguria) rassicura un interlocutore non identificato. “Io di Caridi mi fido come di voi, perché è un cristiano come noi. Pure il sindaco di Siderno è un cristiano come noi. Se è un buon cristiano, un politico ci fa comodo”. “Allora – risponde l’altro – dobbiamo fare le nuove riforme”.

La ‘ndrangheta, quindi, ha messo radici nel Basso Piemonte. I carabinieri del Ros hanno smantellato con 19 arresti una cosca che operava fra Novi Ligure, Alba, Asti e Sommariva del Bosco, terra di colline verdissime, di vini pregiati e di aziende alimentari conosciute in tutto il mondo.

Nella rete degli inquirenti è finito anche un consigliere comunale di Alessandria, Giuseppe Caridi, eletto nel 2007 nella lista del Pdl, presidente della commissione “politiche e territorio”: la novità è che non si tratta di un politico amico dei malavitosi, ma di un vero e proprio affiliato. Proprio ad Alessandria, nel corso di una perquisizione, il Ros ha trovato un documento, vergato a penna in stampatello, che descrive nei minimi dettagli una parte del complesso rito di ammissione di un aspirante “picciotto”.

Il candidato, sollecitato dalle domande dell’officiante, deve proclamarsi “servo di umiltà” e pronto a “servire i suoi saggi mastri”. Caridi, 54 anni, originario di Taurianova (Reggio Calabria), titolare di un negozio di calzature, è stato nominato “picciotto” il 28 febbraio 2010 nel corso di una cerimonia che si è svolta a casa sua. Che un politico entri nella ‘ndrangheta e’, di per sé, una cosa proibita dalle regole dell’organizzazione. Ma Caridi, nel corso di una conversazione intercettata dalla Dda di Genova, viene descritto da Domenico Gangemi, uno dei presunti boss della Liguria, come “un buon cristiano”, uno per cui vale la pena “chiudere un occhio” perché “un politico fa comodo”.

La banda del Basso Piemonte era guidata da Bruno Pronestì, ma uno dei suoi esponenti, Rocco Zangrà, cercò di sganciarsi: il 30 agosto 2009, nel corso di un incontro in un agrumeto di Rosarno (Reggio Calabria), il boss Domenico Oppedisano detto “Zio Mico” gli diede il permesso di aprire una “Società minore”. Nelle carte dell’indagine dei Ros e della procura di Torino, che si intreccia con accertamenti svolti a Genova e con l’operazione “Crimine” di Reggio Calabria dello scorso anno, non si trova traccia di episodi specifici di droga, usura, infiltrazioni negli appalti, controllo di voti. Ma due documenti raccolti oggi dai carabinieri sono stati definiti “molto interessanti” dal procuratore Gian Carlo Caselli: sono fogli intitolati “Fiori da prendere” e “Fiori mandati a casa”, e sono composti da elenchi di nomi ed esercizi commerciali corredati da delle cifre. L’operazione di oggi segue quella che, due settimane fa, ha portato a 151 arresti a Torino e in Provincia, e ha svelato i tentativi delle cosche di condizionare il mondo politico locale.