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Contromisure

Carenza mascherine, Asl pensa al riutilizzo: si attende parere tecnico

Una mail chiede agli operatori di metterle da parte con nome e cognome in attesa di capire se si potranno riusare

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Liguria. Riutilizzare le mascherine “usa e getta” per ovviare alla carenza di dispositivi professionali. E’ la misura a cui starebbe pensando la direzione medica del presidio di levante di Asl2 secondo una mail inviata giovedì agli operatori sanitari.

Il messaggio invita, per ora, a non smaltire i filtranti facciali Ffp2 e Ffp3 a termine utilizzo, ma a conservarli in sacchetti identificati scrivendo all’interno nome e cognome di chi li ha utilizzati, nonché del relativo reparto. Tutto questo in attesa di successive indicazioni.

La speranza, infatti, è quella che gli studi scientifici confermino l’efficacia dei dispositivi anche in caso di utilizzo più prolungato. In attesa del parere tecnico, le mascherine rimangono in deposito.

Secondo quanto riportato dal quotidiano online di Brescia BsNews, un metodo per riutilizzarle esisterebbe già, alla portata di tutti e validato dalla comunità scientifica oltre che dal ministero della Salute italiano e dagli omologhi francese e americano: prevederebbe l’utilizzo di una sterilizzatrice a secco professionale e certificata per il controllo della temperatura, con la quale si potrebbero “riattivare” circa 2.500 mascherine ogni 24 ore di attività.

In seguito all’articolo scritto su BsNews dall’esperto Giorgio Taglietti sono seguiti diversi contatti tra lo stesso Taglietti, il dottor Alessandro Schiavetta (medico ligure), la professoressa Marina Alloisio (dipartimento di Chimica Università di Genova) e il dottor Fabio Caocci di Genova sul tema della sterilizzazione dei facciali filtranti FFP2 e FFP3. “Dalle loro ricerche – scrive la redazione di BsNews – è emersa l’esistenza di un documento ufficiale di Assosistema Safety, l’associazione dei produttori di Dpi associata a Condindustria, che collabora con Protezione Civile e Istituto Superiore di Sanità. Nel testo, Assosistema – citando diverse fonti ufficiali – illustra nel dettaglio la procedura per la bonifica dei filtri antipolvere e dei facciali filtranti utilizzati durante le attività che comportano esposizione a Covid-19″.

La bonifica consisterebbe nel collocare i dispositivi in un vano riscaldato a 70° (+ 3) per 30 minuti in aria secca. Una temperatura che consente di uccidere il virus (il Coronavirus si inattiva a 56 gradi) senza alterare la composizione chimica dei materiali che compongono le mascherine. I facciali filtranti devono essere integri (anche negli elastici) e senza tracce organiche visibili e – dopo la sterilizzazione – vanno riconsegnati al soggetto che li aveva utilizzati in precedenza.

La procedura, però, sarebbe riservata al personale tecnico degli ospedali e altamente sconsigliata ai cittadini: i forni domestici, infatti (anche quelli con possibilità di regolare la gradazione esatta), non sarebbero utilizzabili a causa del rischio di alterare la composizione dei materiali e di rendere le mascherine dannose per la salute, oltre che completamente inefficaci.

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