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Tosca al Teatro Carlo Felice: tre motivi per andarla vedere e un punto debole evento fotogallery

L'opera di Puccini è in scena sino al 12 maggio

Genova. Un allestimento d’impatto, con costumi sfarzosi e una regia davvero cinematografica, che esalta la partitura di Puccini, sottolineandone ancor di più l’efficacia di colonna sonora delle azioni compiute sul palco. La prima di Tosca al Teatro Carlo Felice è agli archivi ed è stata un successo, con molti alti e qualche basso.

Si potrà rivedere oggi alle 15.30, domani (5 maggio) alle 15.30, martedì 7 alle 20 e domenica 12 alle 15.30.

Per la trama clicca qui.

Ecco perché andarla a vedere:

Primo motivo – Atmosfere cupe e la potenza delle “immagini”

L’ultima scena del primo atto, con l’arrivo del cardinale e la folla che intona il te deum a cui si unirà Scarpia, è di una potenza non solo vocale, ma anche visiva notevole. Merito dei costumi di Lorenzo Cutùli (straordinari i paramenti sacri, da guardare con il binocolino che ogni melomane dovrebbe portare con sé), delle scelte cromatiche e delle luci di Fiammetta Baldiserri.

Sempre nel primo atto, l’interno della chiesa di Sant’Andrea della Valle, è uno spazio buio e diviso da una incombente cancellata. Dell’Attavanti ritratta da Cavaradossi intuiamo solo il contorno, visto che il quadro, con gli occhi azzurri che tanto fanno ingelosire Tosca, è girato verso il palcoscenico e non verso il pubblico. Proprio nell’ultima scena del te deum scopriamo anche che la Madonna della chiesa non è rappresentata con l’iconografia classica, ma sembra già presagire il dramma: un volto anziano e triste.

Nel secondo atto il confronto tra Scarpia e Tosca assume toni quasi caravaggeschi. Il rosso dell’abito di Tosca è ripreso dalla parete sghemba degli interni di Palazzo Farnese, anche in questo caso la sensazione è quasi opprimente, ben resa dalle scene di Dario Gessati.

Nel terzo atto a caratterizzare lo spazio, piuttosto spoglio (ci sono solo le scale di Castel Sant’Angelo), nessuna cella, sono le nuvole grigie che preannunciano la tragedia finale.

Secondo motivo – Una Tosca recitata

Occorre fare i complimenti ai cantanti, che hanno dato vita a una prova attoriale che ha reso ancora più partecipata la rappresentazione. Maria José Siri dà anima e corpo soprattutto alla Tosca vezzosa e gelosa ed è splendida nell’aria Vissi d’arte, vissi d’amore. Alberto Gazale è uno Scarpia convincente anche nei gesti, tanto che non sappiamo distinguere se la caduta di una delle stoviglie dal tavolo nel secondo atto mentre Tosca cerca di fuggire, sia stata prevista o meno: con molta calma l’ha raccolta e sistemata.

Terzo motivo – La musica

Inutile dire che le tre arie più celebri (Recondita armonia; Vissi d’arte, vissi d’amore; E lucevan le stelle), valgono da sole il prezzo del biglietto e hanno reso immortale quest’opera, ma è interessante godersi tutta l’esecuzione, ben svolta dall’orchestra del teatro Carlo Felice diretta da un convincente Valerio Galli. Una partitura musicale che sin dall’inizio lascia intendere che di gioie non ce ne saaranno e che sottolinea come una colonna sonora i movimenti dei cantanti.

Il punto debole 

Non abbiamo potuto ascoltare Roberto Aronica nel ruolo di Cavaradossi a causa di un’indisposizione. Diego Torre, al suo posto, se l’è cavata abbastanza bene, anche se abbiamo rilevato qualche difficoltà nel duetto d’amore del primo atto con Tosca (veniva spesso sovrastato dalla musica). La sua voce potente, efficace in alcuni frangenti, è risultata sforzata, quasi gridata in alcuni passaggi (“La vita mi costasse” nel primo atto e nei passaggi più impegnativi di “E Lucevan le stelle”).