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Il processo

Scritte inneggianti le Brigate rosse e contro Guido Rossa: per il giudice non è apologia di reato

Le scritte erano comparse nel giorno della commemorazione di Guido Rossa alla presenza di Mattarella. Già decaduta l'ipotesi di associazione a delinquere con finalità di terrorismo

Genova. Non istigazione a delinquere né apologia di reato ma un semplice imbrattamento. Così il gudice per l’udienza preliminare Riccardo Ghio ha qualificato il reato relativo alle scritte comparse in salita Santa Brigida, dove fu ucciso nel 1976 il procuratore generale di Genova Francesco Coco per mano delle Brigate Rosse.

Le scritte erano state fatte all’alba del 23 gennaio 2019 nel giorno in cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella era arrivato a Genova proprio per la commemorazione del quarantennale dall’uccisione del sindacalista Guido Rossa.

“Guido Rossa infame”, Mara Cagol, Tino Viel, Gianfranco Zoja vivono” il testo delle scritte che secondo il sostituto procuratore della dda Federico Manotti configuravano il reato di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. Per i 5 anarchici indagati per le scritte e per 270 bis il gip Cinzia Perroni aveva rigettato la richiesta di custodia cautelare in carcere escludendo da un lato il reato associativo con finalità di terrorismo e dall’altro spiegando che le scritte a suo avviso non comportavano rischio effettivo di consumazione di reati simili a quelli esaltati dalle scritte stesse.

I cinque quindi, che erano stati identificati dalla Digos grazie alle telecamere della zona, andranno a processo per il solo reato di imbrattamento insieme ad altri otto anarchici, accusati di occupazione e furto di energia elettrica, per aver occupato un locale di proprietà di Arte in centro storico dove per alcuni mesi all’inizio del 2016 avevano dato vita allo spazio sociale Il Mainasso.

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