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Febbraio

Genova, Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari in scena con “In fondo agli occhi”

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Febbraio

Genova. “OnLife”, il nuovo programma di attività della Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse, prosegue sabato 6 febbraio alle ore 21 su YouTube e Facebook con “In fondo agli occhi”, interpretato da Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari, i quali tornano così in scena dopo “Amleto take away” e diretti dalla regia di Cesar Brie.

Presentato per la prima volta nel 2013 e nominato per la Miglior regia al Festival Teatri del Mondo di Buenos Aires nel 2018, è uno spettacolo sulla malattia e la crisi da essa prodotta e derivata, in cui l’elemento autobiografico e quello universale vanno di pari passo.

La cecità di Gianfranco malattia fisica che diventa filtro speciale, attraverso cui analizzare l’oggi, e la cecità metaforica come condizione di un intero Paese rabbioso e smarrito, che brancola nel buio alla ricerca di una via d’uscita. La cura di Gabriella, esperienza che vive in scena e nella vita, come ogni punto di forza può essere anche punto di debolezza e diventare perno per esprimere tutto il proprio potere.

In scena una barista, Italia, donna delusa e abbandonata dal suo uomo, e Tiresia, suo socio e amante, non vedente, raccontano la propria storia, i propri sogni mancati, le proprie debolezze e le proprie speranze in un bar di un paese dove “non è rimasto più nessuno… perché ci vuole talento anche per essere mediocri”. Sono stati, sono e saranno sempre in “crisi”, come il paese in cui vivono, logorati dalla propria esistenza oltre che dal proprio rapporto.

Lo spettacolo vuole costruire un affresco dell’oggi da ciò che sta in fondo ai nostri occhi: quelli di chi scrive, di chi ascolta, di chi legge, di chi piange e di chi ride, di chi guarda ma non vede, di chi sogna, di chi vede ma non si accorge, di chi cerca, quelli di chi un giorno finalmente rivedrà.

Chi è più cieco di chi vive, senza avere un sogno, una prospettiva davanti a sé, di chi essendone consapevole, non può far altro che cedere alla disperazione? Un paese cos’è in fondo se non le persone che al suo interno vivono e si muovono? Un paese non sono le case, non sono le chiese, né i bar o le istituzioni ma la gente che le abita e dà loro valore.

Anche questo spettacolo fa parte dell’ampio progetto “Teatro a porte chiuse”, nato durante il lockdown e che ha dato vita, partendo da alcuni spettacoli in repertorio, a nuove produzioni pensate per essere fruite attraverso lo schermo, senza tradire il concetto fondamentale del teatro, il suo essere “dal vivo”.

Il progetto si basa su un ripensamento dello spettacolo teatrale, modulando alcune parti, intervenendo sulle musiche e sull’approccio allo spettatore: una regia completamente stravolta, una rinascita alla luce della situazione attuale.

Una nuova relazionalità, una nuova spazialità che tenga conto delle distanze, della durata di queste ultime, dei bisogni dell’individuo e che crei un nuovo rapporto con lo spettatore, una nuova intimità. Non semplici rese in video ma relazioni attraverso esso, un teatro autentico e reale in cui lo schermo diviene il mezzo per raggiungersi, fino a toccarsi virtualmente. La ricerca di un nuovo modo di “vedere”, ricreando attraverso il mezzo digitale tutta l’emotività tipica dello spettacolo teatrale, facendo ricordare e rivivere allo spettatore quelle sensazioni. Spettacoli che si fanno memoria emotiva.

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