Brutta storia

Peste suina, l’esperto: “I boschi una piccola Chernobyl, ecco perché chiudiamo tutto”

Roberto Moschi di Alisa: “Si chiama peste non a caso, il virus è resistente è può diffondersi anche attraverso le suole delle scarpe o i copertoni delle bici"

Generico gennaio 2022

Genova. “La premessa è che questo virus non può attaccare gli esseri umani, non può attaccare neppure tutti gli animali ma solo i suidi, cioè i cinghiali e i maiali, ma nonostante questo, nel mondo silvano e naturale, non poteva capitare nulla di più grave“.

E’ piuttosto tranchant Roberto Moschi, responsabile del servizio Veterinaria di Alisa, colui che si troverà a coordinare le squadre di monitoraggio dell’andamento della peste suina africana e che abbiamo deciso di intervistare, su Genova24, per capire il perché dell’ordinanza del ministero che di fatto chiude a ogni attività i boschi di metà del territorio provinciale genovese e di un terzo di quello savonese. Per ora.

“Il punto è cercare di limitare il più possibile il propagarsi del virus – spiega – per questo dobbiamo limitare sia gli spostamenti degli animali selvatici all’interno dei boschi sia delle persone e dei mezzi tra i vari territori. Il virus della peste suina africana è molto diverso, per semplificare, da quello del Covid, è un virus estremamente strutturato e resistente, può sopravvivere nell’ambiente anche sotto zero o al di sotto dei 65 gradi di calore, può propagarsi attraverso le suole delle scarpe, le ruote di auto e biciclette, attraverso altri animali come i cani, per fare solo alcuni esempi, e naturalmente attraverso gli animali selvatici, che per questo devono essere lasciati in pace in modo da evitare che percorrano grandi distanze”.

Di qui la necessità, in base a normative che derivano da regolamenti comunitari (determina Ue 28/2022) e di qui le indicazioni attraverso l’ordinanza ministeriale che di fatto vieta quasi tutte le attività nel territorio boschivo dei Comuni interessati, sicuramente quelle ludiche e ricreative: mountain bike, portare il cane a spasso, trail running, orienteering, escursionismo, foraging, e così via, ma anche la caccia ordinaria, la raccolta di funghi a scopo scientifico, la manutenzione dei sentieri. Sono permesse solo le attività connesse alla silvicoltura, alla cura degli animali selvatici e di allevamento e alla salute, nel senso delle attività di soccorso.

“Purtroppo basta che una persona cammini dove è passato un cinghiale infetto per trasportare il virus altrove – sottolinea Moschi – al momento dobbiamo fare con i boschi quello che è stato fatto con il lockdown, dobbiamo considerare l’area interessata dall’ordinanza come una piccola Chernobyl e sperare di poterla ridurre nelle prossime settimane, altrimenti sarà un problema sempre più grande da gestire”.

Tutto è nato con il rinvenimento di un cinghiale morto sulla massicciata del treno nell’ovadese. “Erano due anni che analizzavamo carcasse, perché comunque la Psa era già ovunque in altri Paesi europei e temevano che prima o poi sarebbe arrivata, ma in 255 animali esaminati nel 2021 non avevamo trovato nulla, poi ci sono stati i sei casi accertati al momento, 1 a Ronco Scrivia e 5 nell’ovadese. A oggi stiamo aspettando i risultati su altre quattro carcasse sospette, una trovata sopra Molassana e le altre sempre a Ronco Scrivia“.

Dopo l’entrata in vigore dell’ordinanza, da domenica 16 gennaio e fino alla fine del mese, squadre coordinate da Alisa e composte da carabinieri forestali, veterinari della Asl, cacciatori dell’ambito territoriale locale e altre forze dell’ordine si muoveranno sul territorio “in maniera centripeta rispetto ai confini” e con tutte le protezioni del caso – scafandri, gambali, guanti – alla ricerca di carcasse per capire quale sia l’area effettivamente interessata.

“Alla fine del mese, con i dati in mano, avremo un nuovo incontro con il ministero per capire quali saranno le opzioni se restringere, la zona rossa, o allargarla, o spostarla, noi ovviamente speriamo di restringerla”, dice l’esperto.

Il contributo dei cacciatori – per chi se lo stesse chiedendo – non sarà quello di abbattere il maggior numero possibile di cinghiale ma di valutare le carcasse. “Il mondo della caccia per ora ha dimostrato grande responsabilità – afferma Moschi – hanno capito che si sta fermi sei mesi per cacciare l’anno prossimo, che l’alternativa è disastrosa, e per chi teme che non intervenire sui cinghiali con la caccia possa determinarne il proliferare noi facciamo notare che con un virus di questo tipo, letale al 100%, i capi si elimineranno autonomamente“.

Nella migliore delle ipotesi, quindi, la Psa si limiterà a un’area che potrebbe essere quella tra la valle Stura, l’alta valle Scrivia e l’Ovadese, dove gli animali contagiati moriranno. Nella peggiore il virus potrebbe propagarsi altrove, magari sconfinando in regioni come la Lombardia e l’Emilia e arrivare agli allevamenti di suini. Ed è questa la preoccupazione maggiore del governo, al momento.

Per quanto riguarda gli alimenti derivati da cinghiali e suini, Alisa fa notare che alcuni Paesi come la Cina e la Svizzera hanno già bloccato le importazioni dall’Italia, che gli Usa ci stanno pensando, ma che per quanto riguarda i prosciutti non c’è motivo di temere mentre per le produzioni che non prevedono cottura, come i salamini per esempio, i rischi in effetti ci sono. Non a livello di ingestione per l’uomo, ma di propagazione appunto del virus nel trasporto.

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