La lettera

Peste suina, i cittadini contrari al lockdown dei boschi liguri scrivono una mail a Toti e Bucci

"Che non si pensi che questa volta staremo chiuse e chiusi in casa ad aspettare la fine dell’ordinanza"

cinghiale mamma con i cuccioli

Genova. Proprio in queste ore, sta diventando virale sui social una lettera, condivisa da tutti coloro che sono contrari al lockdown dei boschi liguri, con l’invito a indirizzarla al presidente della Liguria, Giovanni Toti, al sindaco di Genova, Marco Bucci, e ai ministri della Salute, Roberto Speranza, e delle Politiche Agricole Stefano Patuanelli.

L’iniziativa prende le mosse da un gruppo eterogeneo di cittadine e cittadini genovesi, che  – come spiegato in un comunicato diffuso – riunisce professionisti e attivisti da svariate provenienze: movimento ecologista, femminismo, mondo del volontariato, associazionismo culturale e sportivo, solo per citare qualche esempio.

Con il supporto della pagina Facebook “Angeli col fango sulle magliette” – nata a Genova nel 2011 come risposta popolare all’emergenza alluvionale, attraverso la quale si coordinarono le migliaia di giovani volontari che si attivarono in quella difficile circostanza e poi, successivamente, anche durante l’alluvione del 2014 – spiegano di aver lanciato sui social l’iniziativa No al lockdown dei boschi liguri, invitando le persone comuni a scrivere una mail alle Istituzioni per esprimere democraticamente la propria contrarietà all’ordinanza recentemente emanata in materia di contenimento della peste suina.

In poche ore l’iniziativa ha raccolto oltre 450 partecipanti iscritti che, diffondendo a loro volta l’evento, hanno prodotto il risultato di migliaia di mail inviate, visualizzazioni e condivisioni.

La lettera

“Come Cittadina/o ligure/italiana/o, voglio esprimere tutta la mia indignazione per le decisioni prese e calate dall’alto in materia di contenimento della peste suina che impongono di fatto un lockdown dei boschi dell’entroterra ligure” questo l’incipit della lettera.

E continua: “Limitare il lavoro e il tempo libero di tutti cittadini italiani (poiché i nostri boschi rappresentano un territorio non frequentato solo dai liguri) e mettere in pericolo l’economia di interi comuni allo scopo di difendere gli allevamenti intensivi è una misura inaccettabile, senza alcuna logica e totalmente fallimentare. Infatti, siamo al corrente che cinghiali potenzialmente infetti sono già dispersi su tutto il territorio regionale e oltre, proprio a causa della caccia in battuta o braccata, attualmente in corso, che è la prima causa di rapida diffusione della peste”.

Poi si legge ancora: “Sono norme che non garantiscono alcuna certezza se non quella di limitare il diritto al lavoro e al tempo libero di migliaia di persone. Se la preoccupazione è quella di tutelare gli allevamenti, i provvedimenti vanno presi nella direzione di messa in sicurezza degli stessi e non nella limitazione della fruizione degli spazi naturali dei boschi, spazio vitale per la salute e il lavoro di tutte e tutti, che le istituzioni hanno il dovere e la responsabilità di salvaguardare, a maggior ragione in questo momento storico”.

Poi la lettera si conclude con queste parole: “Non si capisce di che cosa dovremmo avere paura, considerato che siamo costrette e costretti, da anni, a coabitare in città con i cinghiali. Tutto questo a causa della totale assenza decennale di provvedimenti e azioni che favoriscano il rientro dei cinghiali nell’habitat naturale a vantaggio del loro e nostro equilibrio. Queste ordinanze inaccettabili nascono a supporto di stili di vita mortiferi voluti ormai solo da poteri economici sostenuti dai governi. Dopo due anni di fallimentare gestione pandemica, noi sappiamo bene quali sono gli stili di vita sani che vogliamo condurre. Che non si pensi che questa volta staremo chiuse e chiusi in casa ad aspettare la fine dell’ordinanza”.

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