Nel cuore di Coronata, alla scoperta del rifugio antiaereo di Genova Campi - Genova 24
La rubrica del camallo

Nel cuore di Coronata, alla scoperta del rifugio antiaereo di Genova Campi

"La rubrica del camallo", a cura di Luca e Valentina, è volta alla promozione e alla riscoperta del patrimonio naturale e culturale della Liguria

Camallo

Ciao a tutti amici, e grazie per avere sempre del tempo da dedicare alla Rubrica Del Camallo, qui su Genova24.it.

Oggi vi facciamo fare un salto indietro nel tempo, non tanto lontano effettivamente, ma affronteremo un’esperienza molto toccante che vale la pena compiere almeno una volta nella vita. Noi ne siamo venuti a conoscenza tramite la pagina Facebook del Centro Studi Sotterranei – Genova che vi consigliamo di seguire.

Sabato 6 novembre era in programma la visita al rifugio antiaereo di Genova Campi, e noi non ce lo siamo fatti scappare. Il ritrovo è ai piedi di Villa Imperiale, in forte stato di abbandono, proprio dietro al Leroy Merlin. Da lì a poco raggiungiamo l’ingresso al rifugio costruito più di 70 anni fa dentro la collina di Coronata a Genova-Campi.

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Appena varchiamo il tunnel, equipaggiati da elmetti con luce a LED, facciamo comunque un po di fatica ad ambientarci al buio preponderante e alla rarefazione dell’aria. Dopo un primo zig zag e un lunghissimo corridoio, ci soffermiamo ad ascoltare la guida per almeno 15 20 minuti. Dopo un escursione temporale sulla zona di Cambi balziamo al periodo storico interessato dalla guerra.

Genova tra il 1940 e il 1945 subì 86 bombardamenti aerei, spiega la guida, anche se complessivamente gli allarmi aerei furono oltre 600 perché sopra i cieli della Superba transitavano anche i bombardieri che si recavano a Milano e Torino. Alla fine della guerra solo su Genova si registreranno, oltre alle migliaia di vittime, più di 16 mila edifici distrutti.

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In quegli anni diventa così essenziale costruire luoghi dove poter fare rifugiare la popolazione. Un dato su tutti, all’inizio della guerra i rifugi potevano ospitare circa 13mila persone, alla fine della guerra si arriva a 150mila su 600mila abitanti complessivi.

In una delle cartografie che ci vengono presentate, tavola 5 se non ricordo male, i rifugi segnalati sono 168. Alcuni vennero costruiti dalla Società autonoma strade statali riutilizzando in parte delle gallerie cittadine, altri vennero costruiti dal comune di Genova, altri ancora vennero scavati dai lavoratori del porto. Tra i ricoveri si annoverano anche ci sono anche edificazioni private, come questo di Genova Campi, che era stato costruito per i lavoratori della Siac (società italiana acciaio cornigliano), in seguito Ilva.

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Di quella che fu la fiorente economia siderurgica, oggi ne è rimasta testimonianza nella più vicina piazza, dove svetta imponente una pressa, ancora lì probabilmente perché troppo pesante per essere spostata.

Il rifugio, che poteva ospitare fino a 4500 persone e molteplici macchinari da lavoro, ha uno schema catastale a forma pentagonale, articolato in 5 bracci per un totale di 1 km circa, collegate tra di loro trasversalmente con due accessi e due uscite di sicurezza. Uno degli accessi era proprio in prossimità della fabbrica e dava la possibilità agli operai di entrare direttamente al rifugio insieme agli attrezzida lavoro che dovevano essere posti in salvo per non compromettere la produzione.

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La fabbricazione di armi rendeva questo sito come punto sensibile da essere sottoposto a bombardamenti. Dotato di condotti per l’aria naturale e forzata, frequenti sono le tracce della presenza di impianti di illuminazione e tubature per l’acqua. Le gallerie che attraversiamo sono tutte costruite con un getto di calcestruzzo armato e poi da circa un metro di altezza salgono dei mattoni intonacati a costruire le volte del soffitto.

Costruito in meno di un anno, tra il 1942 al 1943, si fa notare che in prossimità degli ingressi veniva progettato un percorso con andamento a zig zag per salvaguardare gli ospiti dall’effetto di propagazione dell’onda d’urto in caso di bombe appena al di fuori.

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In un ala del rifugio l’ulteriore presenza di una chiusa blindata fa pensare che vi fosse una zona dove venivano poste in salvo persone più importanti.

La suggestione più accentuata è che tutto è rimasto come allora, a partire dalle scritte che segnalano come comportarsi, “non fumare per non rendere l’aria insalubre”, “non occupare le porte di ingresso”, per non mettere a rischio l’incolumità di altre persone,  e poi ancora, “cessi” a segnalare la presenza delle batterie dei bagni alla turca che comoletavano il minimo sindacale dei servizi presenti nel rifugio.

Un modo particolare per rivivere, seppur da inabili spettatori, ciò che furono i momenti di terrore degli allarmi bomba della seconda guerra mondiale.

“La rubrica del camallo” è a cura dell’associazione culturale “Due Zaini e Un Camallo” di Luca Riolfo e Valentina Staricco, volta alla promozione e alla riscoperta del patrimonio naturale e culturale della nostra regione, la Liguria. Seguici su instagram @_duezainieuncamallo_: clicca qui per leggere tutti gli articoli.

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