Violenza sulle donne, da gennaio quasi mille richieste di aiuto: "Tornate a crescere dopo il lockdown" - Genova 24
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Violenza sulle donne, da gennaio quasi mille richieste di aiuto: “Tornate a crescere dopo il lockdown”

I dati emergono dai report del centro Mascherona di piazza Colombo, del Centro per non subire violenza di via Cairoli e del centro Casa Pandora di via Piccone, a Certosa e via Piave a Mignanego

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Genova. A Genova sono tornate ad aumentare le richieste di aiuto da parte di donne vittime di violenza, come emerge dai dati diffusi dai tre centri antiviolenza cittadini: centro Mascherona di piazza Colombo, Centro per non subire violenza di via Cairoli e centro Casa Pandora di via Piccone, a Certosa, e via Piave a Mignanego. Dopo un periodo di “calma apparente” dovuta al lockdown dello scorso anno e alle restrizioni per contrastare l’emergenza da Covid-19 che hanno impedito di recarsi di persona negli uffici e quindi di raccontare i propri disagi, nel 2021, con le riaperture dei centri, la curva è tornata a salire. Complessivamente, mettendo insieme i dati di tutte e tre i centri, sono quasi 1000 le donne genovesi che hanno chiesto aiuto quest’anno.

Centro antiviolenza Mascherona

Da gennaio a novembre 2021 si sono rivolte al centro antiviolenza Mascherona, di piazza Colombo 3 a Genova, 425 donne vittime di violenza: ben 63 donne in più, pari al 17,4%, rispetto allo stesso periodo del 2020.

“Lo scorso anno, a causa delle chiusure dovute al lockdown e alle restrizioni imposte dalla gestione dell’emergenza da Covid-19, ci hanno contattato molte meno donne rispetto agli anni precedenti, i cui bilanci si chiudevano solitamente con un +500 contatti per anno – spiega Manuela Caccioni, responsabile del centro Mascherona – ma nel 2021 i dati sono tornati a crescere, infatti le donne si fanno sempre più avanti, sia perché la situazione emergenziale ora permette di incontrarsi di persona sia perché come centro rappresentiamo sempre più un punto di riferimento”.

In particolare, di queste 425 donne, 324 hanno svolto un primo colloquio con un’operatrice e 210 hanno intrapreso un percorso di fuoriuscita dalla violenza – sottolinea Caccioni – e nel 2021 hanno continuato il percorso di uscita dalla violenza 225 donne che si erano rivolte al Centro negli anni precedenti. In totale, le donne seguite dal centro Mascherona sono state 462 e sono stati svolti 2625 colloqui.

Inoltre dai dati presentati dal centro Mascherona emerge che è stato attivato il protocollo “codice rosso” per 46 delle 425 donne che si sono rivolte al Centro. Il codice rosso scatta immediatamente quando una donna si reca in pronto soccorso: dopo il referto i medici contattano subito le forze dell’ordine e la procura in modo da avviare indagini mirate, nel minor tempo possibile, per individuare il responsabile della violenza e conoscere il contesto socio culturale della donna.

La maggior parte delle donne seguite dal centro Mascherona ha meno di 50 anni: più precisamente il 21,42% ha tra i 16 e i 29 anni, il 16,1% tra i 30 e i 39 anni e il 27,14% tra i 40 e i 49 anni. Nel 66% sono donne italiane.

Inoltre il 49% delle donne vive con uno o più figli, siano essi minorenni o maggiorenni. Dai dati emerge anche che 124 bambini sono attualmente possibili vittime di violenza assistita e diretta.

“Il centro Mascherona si prende cura e carico non solo della singola donna vittima di violenza ma anche e soprattutto dei suoi figli. Spesso le donne non denunciano proprio per paura di creare ripercussioni negative sui figli ma possono essere certe di trovare aiuto qui da noi – continua Caccioni – infatti il 67% dei casi l’autore delle violenze è proprio il partner o l’ex. Nel 45,7% la donna ha avuto paura per la sua vita e quella dei figli”.

Il 25,2 % delle donne che hanno intrapreso un percorso di fuoriuscita dalla violenza nel corso del 2021 sono casalinghe, inoccupate o disoccupate. Il 32% ha un lavoro stabile, il 17% lavora in forma saltuaria e precaria.

Centro per non subire violenza

“Il centro riceve in media dalle 300 alle 400 richieste di aiuto all’anno. Quest’anno rileviamo, per il momento, una diminuzione dei contatti perché si risente ancora degli effetti delle restrizioni dovute al lockdown 2020 che non ha permesso di recarsi di persona negli uffici”, spiega Chiara Panero, coordinatrice della casa rifugio del centro per non subire violenza.

E continua evidenziando il lavoro dietro le quinte: “Al momento abbiamo ricevuto più di 300 richieste di aiuto. Per questo stiamo sviluppando progetti per seguire sempre di più da vicino e con cura queste donne. Occorre tener presente che dietro ad una vittima di violenza c’è una rete di persone che si attiva per prestare aiuto: dalle consulenze legali, civili e penali, alle psicologhe, agli addetti ai gruppi di supporto individuale e di orientamento al lavoro, ai professionisti che portano avanti i laboratori di teatro terapia.”

Il centro per non subire violenza, presente a Genova da oltre 40 anni, ha sede in via Cairoli 14, e da sempre accoglie tutte le donne che vivono in una relazione in cui ci sono maltrattamenti e violenze o che vivono in una situazione di disagio.

“Per noi il 25 novembre è ogni giorno – dice Gabriella Grasso referente del centro – il nostro lavoro va avanti sempre, tutto l’anno. Tuttavia crediamo fortemente nell’importanza di creare eventi pubblici, in occasione della giornata nazionale contro la violenza sulle donne, volti a far conoscere il nostro lavoro e sensibilizzare la comunità verso un fenomeno sempre più diffuso, soprattutto qui a Genova”.

Centro antiviolenza Casa Pandora

Il centro antiviolenza Casa Pandora, gestito dalla cooperativa sociale Mignanego, ha due sedi: una in via Piave, a Mignanego dal 2007, e l’altra in via Piccone, a Certosa, nel cuore della Valpolcevera.

“La sede di Certosa ha aperto nel marzo di quest’anno, proprio perché ci siamo rese conto che un numero sempre maggiore di donne della zona aveva bisogno di aiuto”, spiega la referente Paola Campi.

“Nei due centri, ad oggi, abbiamo in carico 120 donne, di cui 30 solo nel centro di Certosa – sottolinea Campi –  in generale abbiamo registrato un incremento del 20% rispetto allo scorso anno”.

“Il lockdown e la conseguente scelta, portata avanti da numerose aziende, di far lavorare i propri dipendenti in smart working, e quindi costringendo, tra virgolette, in questo caso le donne a trascorrere più tempo in casa a contatto con i propri partner, ha acuito situazioni di violenza e disagi pregressi – continua ancora Campi – le donne che vengono a chiedere aiuto da noi rientrano in una fascia d’età compresa tra i 30 e i 60 anni, quindi in piena attività lavorativa”.

E conclude: “I dati si possono definire positivi da un certo punto di vista, nel senso che sempre più donne trovano il coraggio di farsi aventi e denunciare una situazione di violenza; negativa, invece dall’altra, perché significa che il fenomeno di violenza sulle donne è radicato e fortemente presente nella nostra città”.

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