Alluvioni e dissesto, il paradosso della messa in sicurezza: "Senza manutenzione rischi anche maggiori" - Genova 24
Analisi

Alluvioni e dissesto, il paradosso della messa in sicurezza: “Senza manutenzione rischi anche maggiori” fotogallery

Il monito arriva dai geologi: "Le grandi opere come gli scolmatori sono fondamentali, ma la chiave rimane la cura del territorio"

Genova. Sono passati dieci anni dalla catastrofica alluvione del 4 novembre 2011, e oggi la gestione del dissesto idrogeologico è profondamente mutata, grazie soprattutto alle grandi opere di mitigazione del rischio che sono state terminate o che sono in fase di realizzazione, come gli scolmatori di Fereggiano e Bisagno. Ma se la soglia di rischio si è abbassata, resta fondamentale mantenere alta la priorità sulla manutenzione sia dei territori sia di queste stesse infrastrutture strategiche.

Il monito, forte e chiaro, arriva dai geologi, che in occasione del decimo anniversario dell’alluvione del 2011 hanno organizzato un tour esplorativo sul percorso del torrente Fereggiano, letteralmente stipato entro argini sempre più stretti dalla folle urbanizzazione degli anni 60 e 70. “Con le opere già oggi completate, come lo scolmatore e la nuova copertura del Bisagno l’asticella del rischio si è notevolmente abbassata – spiega Luigi Perasso, segretario dell’ordine dei geologi di Genova – ma l’imprevisto geologico è sempre dietro l’angolo, soprattutto in questa fase di profondi mutamenti del clima ma e soprattutto dei fenomeni meteorologici, oggi sempre più condensati e violenti. Non bisogna abbassare la guardia, mai, ma anzi continuare a investire sulla manutenzione del territorio e sulla prevenzione del dissesto”.

Manutenzione che deve riguardare anche la funzionalità delle opere di mitigazione, che vanno gestite in modo da garantire al massimo livello la loro operatività: “Lo scolmatore del Fereggiano è stato progettato sovradimensionato rispetto ai termini di legge, che prevedono portate legate alle piene duecentennali, mentre di fatto è stato costruito per reggere a fenomeni come quello del 2011, vale a dire relativi alla piena millenaria – ci spiega Paolo Airaldi, neo presidente dell’ordine ligure dei geologi – un’opera che nel pieno della sua funzionalità sarebbe capace di portare via praticamente tutta l’acqua raccolta dal bacino idrografico in quel terribile 4 novembre di dieci anni fa”.

Fereggiano, tra dissesto e mitigazione del rischio

Proprio qui però nasce il paradosso della mitigazione del rischio, che se mal gestita potrebbe rivelarsi inutile, se non peggio: “La costruzione di queste opere, fondamentali visto il contesto urbanistico della città, permetterà una ridefinizione delle fasce di esondabilità (come in parte è già avvenuto con il termine dei lavori sulla copertura del Bisagno), le famose zone rosse e gialle, che saranno riviste giustamente al ribasso – sottolinea Barbara Musante, vice presidente dell’ordine – Questo però non deve essere un ‘liberi tutti’, non si deve tornare indietro sulla consapevolezza del rischio da parte di istituzioni e cittadini, e soprattutto sulla gestione del territorio, altrimenti si potrebbero avere rischi anche maggiori per la popolazione“.

Lo scenario è semplice da figurare: con le nuove fasce di esondabilità, decadono per esempio le prescrizioni riguardo la chiusura dei fondi dei palazzi e dei locali piano strada in caso di allerta rossa, cosa che in questi anni ha creato sicuramente disagi ma ha messo al sicuro centinaia di persone. Ne consegue che in caso di allerte meteo la città avrà modo di continuare la sua vita in maniera quasi normale: ma cosa potrebbe succedere se qualcosa andasse storto? “Lo scolmatore del Fereggiano è stato pensato ovviamente per funzionare anche in presenza di sedimenti trasportati dall’acqua – continua Musante – ma le cose potrebbero complicarsi, per esempio, in caso di una frana a monte“. Insomma, se nel torrente finissero alberi, automobili e grossi detriti la capacità operativa dello scolmatore potrebbe ridursi, non riuscendo a fare totalmente il lavoro per cui è stato costruito, con una città però non più ‘allarmata’. E quindi più esposta al pericolo.

Per provare ad evitare tutto ciò le cose da fare sono ‘solo’ due: “Manutenzione diffusa dei bacini, a partire dai piccoli rii fino alle foci dei grandi torrenti e monitoraggio e studio costante dei fenomeni legati agli eventi meteo che i dati ci dimostrano essere in costante evoluzione – osserva Luigi Perasso – Oggi sappiamo che intervenire sul territorio è molto complicato, e ogni scelta deve essere valutata attentamente, a partire dalla rimozione dei sedimenti, che da un lato ostruiscono il flusso dell’acqua ma al contempo preservano gli argini dall’erosione, fino alle scelte urbanistiche. Oggi abbiamo la certezza che il rischio zero non esiste e non potrà mai esistere in certi contesti, come quello genovese. Per questo motivo non bisogna abbassare la guardia, mai, ma anzi rinnovare continuamente la ricerca e le risorse per la prevenzione“.