Sampdoria, un tuffo indietro di 60 anni - Genova 24
Amarcord blucerchiato

Sampdoria, un tuffo indietro di 60 anni

Una attenta disamina della squadra che nel ‘60/61 fu tra gli outsider per lo scudetto

Album dei ricordi blucerchiati

Genova. Una foto sbiadita, in bianco e nero ed un articolo sul settimanale di sport, diretto allora da Maurizio Barendson, “Calcio e Ciclismo Illustrato”, a firma dell’altrettanto indimenticabile giornalista genovese Luigi Caserza, ci porta alla ricerca di qualche vecchio tifoso blucerchiato, per farci raccontare le emozioni di chi già frequentava la Gradinata Sud, nell’anno dei ‘terribili vecchietti’, quello del 4° posto, conquistato dalla Samp di Alberto Ravano, allenata dal Seminatore d’oro dell’anno prima, Eraldo Monzeglio.

Ci piace frequentare i ‘bar sport’ ed ascoltare le voci di chi ha un amore viscerale per il calcio… Facciamo vedere la foto, che suscita un mare di commenti, dopo che – senza tentennamenti ed errori – sono stati riconosciuti e snocciolati i nomi di tutti i calciatori, ognuno dei quali ‘vivisezionato’, con caratteristiche ed aneddoti vari…

In piedi, da sinistra:

Bruno Mora (n° 7): “La miglior ala destra del Doria, di tutti i tempi, solo Franco Causio e Bruno Conti giocheranno ai suoi livelli, negli anni a seguire… E, se a novembre del ’60, Ravano non lo avesse ceduto alla Juventus, non avremmo dovuto aspettare Paolo Mantovani, per vincere il primo scudetto. In cambio, i bianconeri mandarono a Genova, Severino Lojodice, ma Monzeglio gli preferì spesso Luigi Toschi”.

Ernst Ocwirk (n° 8): “Centromediano metodista del “Wunderteam”, la nazionale austriaca (terza ai Mondiali in Svizzera del ’54). Lo metto sul podio, nel suo ruolo, a pari merito con Graeme Souness e Toninho Cerezo”, con la differenza che ‘Ossi’ la buttava dentro più spesso”.

Gaudenzio Bernasconi (n° 5): “Il capitano, forse non sui livelli dello Zar Vierchowod, ma subito dopo… Poche partite in Nazionale (6), ma perché allora usavano i ‘blocchi’ e l’Orsacchiotto lo convocavano solo quando il centravanti da marcare era un big del Brasile, Argentina, Spagna, Inghilterra o Portogallo…”

Sergio Brighenti (n° 9): “Fu il capocannoniere del campionato, con un record di marcature in un anno, cui per ora si è avvicinato solo Quagliarella. Ricordo, come fosse ieri, una sua quaterna all’Inter del mago Helenio Herrera”.

Nacka Skoglund (n° 10): “Genio e sregolatezza… Lo vidi giocare per la prima volta in Tv, nella finale del Campionato del Mondo, perso dalla sua Svezia, contro il Brasile di Pelé… e negli occhi, mi è rimasto un suo tunnel a Djalma Santos, la ‘Muralha paulista’. Far passare la palla in mezzo alle gambe dell’avversario era il suo ‘giochino’ preferito. Unico neo, fu che il suo arrivo alla Samp, bloccò la crescita di Giuseppe Recagno, talento varazzino, che si stava imponendo a suon di goal”.

Tito Cucchiaroni (n°11): “Secondo te, perché gli Ultras gli hanno dedicato il club? La buttava dentro con una facilità estrema (ndr, 40 goal in 136 partite in blucerchiato), con una ‘garra’ incredibile  … e pazienza se, prima di giocare con gli ‘xeneizes’ del Boca Junior, ha esordito nella massima divisione argentina con i colori del Tigre… che sono rossoblù”.

Mario Bergamaschi (n° 4): “Mediano di rottura, che col Milan  aveva sfiorato la vittoria in Coppa dei Campioni (ndr, contro il Real Madrid)… Lui a destra e Vicini a sinistra, facevano legna, al fianco del ‘faro del Prater’, il regista Ocwirk”.

Guido Vincenzi (n°2): “All’epoca non c’erano scuole calcio per i giovani calciatori dei paesi liguri… ed ho imparato a fare il terzino, studiando le marcature del gigante blucerchiato, che concedeva ben poco spazio all’uomo affidatogli dal mister… Allora non si giovava a zona, per cui sapevi di chi era la colpa se prendevi un goal… e non ricordo soverchie ‘colpe’ date a Vincenzi”.

Ugo Rosin (n°1): “Portiere molto reattivo, bravo nelle uscite a terra e fra i pali, anche se non particolarmente alto… Quell’anno, in rosa, c’erano anche Ezio Bardelli ed il giovane Franco Sattolo”.

Paolo Marocchi (n°3): “Un fedelissimo, visto che ha giocato, per undici anni, solo con la maglia blucerchiata. La sua carriera è stata condizionata da un grave infortunio al ginocchio, in tempi in cui la chirurgia non faceva gli attuali miracoli… Era un terzino ‘elegante’, che partecipava alla manovra d’attacco, mentre il suo pari ruolo, Glauco Tomasin, aveva una grande efficacia in marcatura, che lo porterà anche ad indossare, poi, la maglia della Roma”.

Azelio Vicini (n°6): “Ha guadagnato la fama come allenatore della Nazionale, ma era anche un bel mediano… Era molto ‘tattico’ e questo gli consentiva di trovarsi al posto giusto nel momento giusto… Non era difficile pensare che avrebbe fatto strada in panchina. Il suo alter ego era Giovanni Delfino, detto ‘Martello’… un nome, una garanzia…”

“Quell’anno, fu una cavalcata (che colloca quella Samp sul podio, dietro solo all’altra di Boškov, Vialli, Mancini e Vierchowod ed a quella di Eriksson, Gullit e Platt) e – torno a ripetere – che se, a novembre, non  avessero venduto Mora…”

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