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Futuro

Dalla guerra alla normalità: il sogno dei profughi afghani è ricostruirsi una vita a Genova

Musso (Fondazione Auxilium): "Non sappiamo ancora di cosa hanno bisogno, chi ha qualcosa da donare telefoni alla Caritas"

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Genova. “Siamo ancora in una fase di conoscenza reciproca, non siamo ancora riusciti a instaurare una relazione profonda. Sono persone molto miti, rispettose e silenziose, ma ci sono margini per fare un buon lavoro”. A raccontare le prime ore dei profughi afghani ospitati al seminario arcivescovile del Righi è Chiara Musso, responsabile dell’area stranieri dalla cooperativa Il Melograno e della Fondazione Auxilium che ha gestito l’accoglienza delle 20 persone trasferite martedì sera dal soggiorno militare di Sanremo dopo aver terminato il periodo di quarantena.

Sono solo una parte dei 45 profughi destinati alla prefettura di Genova negli ultimi giorni e gestiti al momento attraverso il sistema dell’accoglienza straordinaria. In tutto si tratta di tre famiglie “allargate”, un nucleo di 8 persone e due di 6 persone. La maggior parte di loro (11) sono minorenni, perlopiù ragazzini: il più grande ha 16 anni, il più piccolo è un bimbo di 4 mesi. Le altre sono persone in età adulta e tra questi c’è anche una nonna arrivata insieme ai suoi nipotini e ai loro genitori.

La Caritas e gli operatori delle cooperative sociali che li assistono devono ancora ricostruire le loro vite. Si presume che nessuno di loro abbia parenti o amici in Italia perché nessuno ha chiesto di incontrare o di essere messo in contatto con qualcuno. Si tratta di collaboratori della missione italiana, non necessariamente impiegati nelle strutture militari, che hanno usufruito del ponte aereo. Tra loro potrebbero esserci ad esempio traduttori e personale amministrativo. Nessuno parla italiano, solo alcuni parlano inglese e la comunicazione avviene in buona parte attraverso un mediatore culturale afghano che da anni collabora con la Caritas diocesana genovese.

Ad oggi è difficile dire di cosa abbiano più bisogno e una vera e propria lista di priorità non è ancora stata stilata. “In questi giorni stiamo soddisfacendo le loro necessità primarie: vestiti, scarpe, cibo – racconta Chiara Musso -. Qualcosa hanno già perché sono stati aiutati dalla Croce Rossa mentre soggiornavano a Sanremo. Sono in buone condizioni di salute, hanno tutti un doppio tampone negativo e alcuni di loro sono vaccinati. Noi li stiamo rassicurando e stiamo spiegando loro le procedure necessarie per la richiesta di asilo”.

Già prima del loro arrivo in seminario si era sparsa la voce e così alcuni genovesi in poco tempo avevano regalato lettini e giochi per bambini. Per il futuro il consiglio è quello di contattare la Caritas: “Se qualcuno ha qualcosa da donare può telefonare e prendere appuntamento – spiega ancora la responsabile della Fondazione Auxilium -. Il messaggio da passare è che sicuramente ci sarà bisogno di qualcosa, ma più ci coordiniamo e meglio è. Genova è una città meravigliosa e in passato ha dato grande prova di mobilitazione per aiutare”. La possibilità più veloce resta quella della contribuzione economica attraverso i conti correnti con la causale Accoglienza Afghanistan 2021.

D’altra parte la vicenda dei profughi afghani è diversa dai fenomeni migratori che negli ultimi anni hanno occupato la cronaca e il dibattito pubblico. Stavolta non si tratta di persone partite all’avventura in cerca di un mondo migliore. “Sono scappati dalla guerra dalla sera al mattino, molti di loro sono arrivati senza valige, così com’erano sono arrivati in Italia – testimonia Chiara Musso -. Se fosse stato per loro, sarebbero rimasti certamente a casa. Ma era necessario sottrarsi al regime talebano o sarebbero andati incontro a morte certa”.

Loro, a differenza di tanti giovani africani che sbarcano a Lampedusa e sognano di raggiungere altri Paesi europei, non hanno particolari obiettivi. Ed è per questo che avranno ottime probabilità di piantare le loro radici qui, a Genova: “Il loro primo approdo sarà quello dove porteranno avanti la loro vita – riflette Musso -. Finora non hanno manifestato l’idea di raggiungere altri luoghi. Sono ben contenti di essere stati accolti. Vogliono iscrivere i bimbi a scuola già da subito per non perdere il ritmo. Vogliono lavorare, ritrovare una dimensione di normalità il prima possibile”.

A ostacolare desideri e aspirazioni di queste famiglie sarà principalmente la burocrazia. Al momento, al pari della maggior parte dei migranti arrivati per mare dal continente africano, il loro status è quello di richiedenti asilo, a tempo indeterminato: “Non si sa ancora quanto durerà – avverte Chiara Musso -. Ci sarà una procedura semplificata. Vedremo se ci sarà una procedura semplificata o se dovranno seguire tutto l’iter previsto, che è molto lungo e che significa rimanere senza un vero riconoscimento per diverso tempo. In quel caso sarebbe tutto più difficile”. Ma intanto le loro vite sono in salvo sulle nostre sponde. E al momento è quello che conta.

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