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Intervista

Icardi: “Il green pass non è un liberi tutti, per tornare alla normalità serve l’85% di vaccinati”

L'epidemiologo del San Martino: "Per togliere la mascherina e tornare in discoteca è meglio aspettare un paio di mesi". E sull'obbligo vaccinale per il personale scolastico: "Settore strategico, ci può stare"

icardi vaccino

Genova. Ben venga il green pass come strumento per spingere a vaccinarsi chi non l’ha ancora fatto, ma attenzione perché “non ci autorizza ancora al liberi tutti”. Per togliere le mascherine, eliminare le distanze e tuffarci negli assembramenti per l’eccellenza (come stadi e discoteche) dovremo aspettare un paio di mesi, quando avremo raggiunto l’immunità di gregge. A lanciare il monito è Giancarlo Icardi, epidemiologo e direttore dell’unità operativa di Igiene dell’ospedale San Martino di Genova, che a Genova24 ha fatto il punto sull’evoluzione della pandemia, ricordando che “non dobbiamo farci illusioni” perché “il virus è ancora tra noi”.

Abbiamo assistito a una forte crescita dei contagi: possiamo dire che siamo nella quarta ondata?
Al momento parlare di quarta ondata potrebbe essere prematuro. È sotto gli occhi di tutti, non solo in Liguria, che un aumento dei casi c’è stato. D’altronde ce lo potevamo aspettare, un po’ per per l’allentamento delle misure determinato dalla stagione estiva quando il distanziamento sociale diventa più difficile da mantenere, un po’ per gli assembramenti determinati dai festeggiamenti per gli europei. In tutto questo dobbiamo considerare la variante Delta, che è più trasmissibile. Avevamo ipotizzato che potesse essere quella prevalente entro metà agosto, e infatti in Liguria siamo vicini al 100%.

Cosa ci aspetta nelle prossime settimane?
Non dobbiamo creare false illusioni: il virus è ancora tra noi. Ma sta facendo meno danni perché stiamo sommando diversi elementi favorevoli. Rispetto a quello che abbiamo vissuto all’inizio della pandemia abbiamo circa il 60% di popolazione vaccinata. Il vaccino ha una funzione di controllo della malattia, non quella di eliminare o eradicare il virus. Dove la popolazione è meno vaccinata, poiché la strategia è stata quella di dare priorità alle coorti più fragili, vediamo un aumento dei contagi. Da una parte i più anziani, che sono vaccinati, si ammalano molto meno, dall’altra questo ci dice che è importante vaccinare i giovani. Più barriere mettiamo, prima usciamo dall’emergenza.

Adesso qual è l’età media dei positivi?
Siamo intorno ai 30 anni. Si può essere a favore o contro i vaccini, ma se uno ha un po’ di coscienza critica e si ricorda quello che succedeva nella prima ondata di questa pandemia, quando l’età media era sui 60 anni quella dei morti circa 80 anni, guardando i dati di oggi potrà dire che il vaccino è l’arma principale che ci ha consentito di salvare le vite umane.

Il green pass obbligatorio come è stato concepito in Italia sarà utile a limitare i contagi?
Il green pass è un documento che può avere indirettamente un suo significato per aumentare l’adesione alla vaccinazione in quei soggetti che magari hanno un’esitazione. Da tempo mi capita di sentire persone che mi dicono: “Professore, io preferisco aspettare”. E io rispondo: “Aspetta forse di contagiarsi?”. Ecco, la chiave di lettura può essere questa. L’applicazione nei locali al chiuso può essere una sorta di remind. Ma anche se siamo vaccinati, questo non ci autorizza ancora al liberi tutti. Abbiamo il semaforo verde, ma poi può diventare arancione e di nuovo rosso. Se lo interpretiamo in questo senso, ci può aiutare a rimanere consci che la guerra che stiamo combattendo non è ancora vinta.

Quindi nei luoghi in cui si accede con green pass non potremo eliminare le mascherine e il distanziamento?
Il punto non è tanto il green pass, ma la percentuale di adesione alla vaccinazione. Quando avremo l’immunità di gregge potremo dire che diminuirà molto la possibilità che ci sia un contagiato e che quel soggetto possa trasmettere il virus ad altri vaccinati. Fino ad allora è conveniente mantenere la prudenza.

Perciò è prematuro riaprire i luoghi votati per antonomasia all’assembramento, come stadi e discoteche, anche limitando l’accesso ai possessori di green pass?
Lo dico a malincuore perché da tifoso lo stadio mi manca e vorrei andarci: non rischiamo di fare il passo del gambero, cioè di tornare indietro per anticipare la normalità di un paio di mesi. Da medico dico che ci vogliono pazienza, prudenza e perseveranza. È meglio aspettare.

Quale percentuale di vaccinati è necessaria per raggiungere l’immunità di gregge?
Dobbiamo ragionare su quello che è l’obiettivo della vaccinazione, che non è eliminare o eradicare il virus. A livello ideale io direi il 95% della popolazione target, perché noi medici non siamo mai contenti, ed è lo stesso che dicevamo sulla poliomielite e sul morbillo. Da un punto di vista realistico invece è chiaro che, se riusciamo a raggiungere, considerato l’indice di contagiosità, l’80-85% di soggetti vaccinati nella popolazione target (cioè dai 12 anni in su, e quindi contando che ci sono 6 milioni bambini che non possiamo vaccinare), possiamo proteggere indirettamente noi stessi e gli altri.

Secondo lei è giusto obbligare le persone a vaccinarsi? Se sì, in quali casi può essere utile?
La mia opinione personale è che l’adesione consapevole alla vaccinazione sarebbe un indice di soddisfazione proprio perché le persone ne avrebbero capito l’importanza. Poi è chiaro che il decisore politico può arrivare a imporre l’obbligatorietà in settori considerati strategici e fondamentali, ad esempio quando si trova davanti al ruolo sociale della scuola, che è un’esigenza primaria per la popolazione. In una situazione di pandemia che per fortuna si vive solo una volta ogni cent’anni ci può stare anche questo.

Dovremo fare una terza dose di vaccino?
Abbiamo due binari su cui ci stiamo muovendo. Il primo è una campagna di vaccinazione ancora in corso: laddove abbiamo una popolazione target di qualche milione di persone che deve ancora ricevere la prima dose, una componente importante della sanità pubblica deve dedicarsi a raggiungerli. D’altra parte c’è una serie di categorie a rischio su cui si può ragionare, come si fa per l’influenza. Allora non mi stupisce che si parli di una terza dose per chi ha un maggior rischio di complicanze. Sulla terza dose somministrata a tutti, invece, consiglierei di andare più cauti. I soggetti vaccinati con due dosi che non presentano particolari situazioni di rischio hanno un grado di protezione sufficiente.

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