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Ventennale G8, l’ex ministro Scajola: “La responsabilità fu dei violenti ma la polizia era impreparata”

"C'erano lacune nei piani organizzativi". L'ordine di sparare a chi avesse violato la zona rossa? "Dovevamo difendere in ogni modo i leader della Terra"

scajola g8

Genova. “Le responsabilità sono da additare a chi è venuto a mettere a ferro e fuoco la città”. Ma “dall’altro punto di vista le forze di polizia avevano dimostrato che c’erano lacune nei piani organizzativi. Noi abbiamo fatto tutto ciò che era possibile”. Così Claudio Scajola, in un’intervista rilasciata all’agenzia Italpress, ripercorre i fatti del G8 di Genova quando era ministro dell’Interno del governo Berlusconi.

“C’erano stati due grandi problemi a Genova – prosegue Scajola – i manifestanti politici dissidenti non hanno voluto dividere i cortei e questo ha creato una difficoltà enorme a individuare i facinorosi all’interno dei cortei stessi. E le forze di polizia non erano preparate alla gestione di un evento così importante, tanto è vero che, col senno di poi, si può dire che quella lezione servì per il futuro”.

Scajola diventò ministro appena un mese prima: “Noi, quando siamo arrivati al governo, avevamo già trovato l’indicazione di Genova come luogo per svolgere l’evento. Ci siamo resi subito conto che si trattava di una scelta sbagliata perché era una città molto difficile per poter ospitare in sicurezza un vertice coi capi di Stato più importanti del pianeta. Ma abbiamo trovato un piano di sicurezza già approntato: non ci restava che vigilare sull’attuazione di quello che era stato predisposto. Lo stesso presidente Berlusconi aveva ipotizzato di spostarlo all’ultimo momento ma non era più possibile.

Di Scajola fecero scalpore le dichiarazioni in cui, a pochi mesi dal G8, rivelò di aver dato l’ordine di sparare se qualcuno avesse violato la “zona rossa” a protezione del centro di Genova.  “Non si deve dimenticare che a distanza di due mesi ci fu l’attentato alle torri gemelle – ricorda l’ex ministro a Italpress –. Non si può dimenticare che nei rapporti sul mio tavolo comparse per la prima volta il nome di Bin Laden, perché alcuni servizi informativi avevano scoperto questo personaggio che stava organizzando diversi attentati in diversi Paesi del mondo contro l’Occidente. Noi mettemmo in campo tutte le difese possibili, i missili terra-aria, la chiusura dello spazio aereo di Genova, la sospensione di Schengen alle frontiere, tutto ciò che era necessario per garantire la sicurezza dei più importanti uomini della terra che si trovavano insieme nello stesso luogo. Questo era il primo dovere che avevamo”.

“Ma contestualmente – continua Scajola – avevamo dato ogni regola per potere svolgere pacificamente cortei di dissenso. Finanziammo il Comune di Genova e la Provincia di Genova con cifre per poter garantire accoglienza in città dei manifestanti contrari alla globalizzazione e al summit che si svolgeva. L’ordine di polizia era questo: chi manifesta non è un nemico, ma chi in un regime democratico esprime idee diverse. Ma la zona rossa voleva dire che nessuno la poteva oltrepassare. Le forze di polizia dovevano garantire che nessuno la oltrepassasse. Questo significa rispettare concetti democratici di convivenza”.

Le cose, com’è noto, non andarono secondo le previsioni. “Mi pare che nulla di diverso si potesse fare avendo trovato una sede già scelta e tutti piani di sicurezza già predisposti – risponde l’ex ministro quando gli si chiede se si ritenga responsabile per l’accaduto –. Con l’allora ministra degli Esteri Oggero incontrammo tutte sigle dei pacifisti per trovare con loro le migliori forme gestione di questo evento. Quello che è successo e gli eccessi che ci sono stati fanno parte di un momento storico in cui qualcuno aveva pensato che la nuova presidenza degli Usa e il governo Berlusconi appena eletto potessero essere l’occasione per creare tensioni e disordini“.

“Poi – aggiunge Scajola – ci furono gli episodi bruttissimi di Bolzaneto e della scuola Diaz che hanno avuto le loro giuste punizioni attraverso tutte le azioni svolte dalla magistratura, ma non dimentichiamo che, dopo queste azioni intollerabili, la sera stessa accettai le dimissioni del vicecapo vicario della polizia, che aveva la responsabilità di sovrintendere al G8, e del questore di Genova”.

Per le violenze della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto, tuttavia, non sono mai state applicate pene detentive. Amnesty International, che definì quei fatti “la più grave violazione dei democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”, fu tra i primi a porre il tema dei codici identificativi sui caschi per individuare gli agenti responsabili di crimini. “Non sono favorevole a dare un taglio a questi argomenti come se ci dovessimo difendere dalle forze di polizia – ribatte Scajola –. Prima dobbiamo difenderci dai facinorosi, dai delinquenti che si insinuano per creare disturbo, poi garantire che le forze di polizia abbiano la professionalità e la formazione necessaria per evitare che si ripetano episodi di questa gravità”.

“È stata un’occasione persa per Italia e Genova – commenta infine Scajola -. Era un onore ospitare il G8, era la prima volta che si chiamava così con l’invito Berlusconi e a Putin, era la prima visita in Europa del nuovo presidente degli Stati Uniti, Bush. Era la prima uscita internazionale del nostro governo che aveva ottenuto la fiducia solo 20 giorni prima. Quello che era un G8 ben organizzato è diventato invece una pagina buia della storia repubblicana. Il rimpianto è che quella occasione di summit ha creato un’immagine negativa nei confronti delle forze di polizia e ha dato immagini tragiche degli scontri di piazza dove dei veri delinquenti si erano inseriti all’interno dei cortei pacifici per mettere a ferro e fuoco Genova. Ognuno poi ha cercato di imparare una lezione da quei fatti”.

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