Ventennale G8, il podcast Limoni racconta "il prima e dopo Genova" e diventa un caso editoriale - Genova 24
In vetta alle classifiche

Ventennale G8, il podcast Limoni racconta “il prima e dopo Genova” e diventa un caso editoriale

La giornalista Annalisa Camilli di Internazionale ripercorre quei giorni, in cui era a Genova da giovane manifestante. E il suo racconto a puntate ha già 100 mila download

collage limoni

Genova. Uno, nessuno e centomila sono i volti che assunse Genova nei giorni in cui si tenne il G8, dal 19 al 21 luglio 2001. Una città in piena crisi esistenziale, disorientata, disorganizzata, in balìa di istinti irrazionali, violenti e fuori controllo, una città blindata e poi ferita.

Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale, all’epoca dei fatti era una studentessa universitaria e partecipò al G8 come manifestante. Genova le tolse molto ma le diede altrettanto.

Oggi Annalisa nel podcast Limoni, da settimane in cima alle classifiche, racconta – per chi ha vent’anni ora e per chi li ha avuti nel 2001 – la storia di un “totale fallimento, in cui persero tutti: dalle istituzioni, forze dell’ordine ai manifestanti e black bloc”.

Sulla copertina del podcast troneggiano gli agrumi raggianti, che ricordano da un lato i limoni ‘veri’ che i manifestanti si erano messi nello zaino perché si diceva che potevano servire contro il gas dei lacrimogeni, dall’altro quelli ‘finti’ che l’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi fece attaccare con lo scotch alle piante portate per abbellire palazzo Ducale, sede del vertice del G8.

– Tu sei venuta a Genova 20 anni fa e ci sei tornata solo quest’anno per realizzare il podcast. Dici che esiste un “prima” e un “dopo” Genova: che cosa intendi?

«Prima e dopo perché in quell’occasione si scoprì la fragilità della democrazia italiana, della quale venne scritta una pagina drammatica e dolorosa, intrisa di violenza e violazione dei diritti umani. Quello che accadde in quei giorni sconvolse tutti per sempre: segnò appunto una cesura.

Pertanto dal punto di vista collettivo è come se avesse risvegliato le coscienze, già in gran parte in fermento per molti partecipanti, consapevoli di assistere a qualcosa di grosso che avrebbe segnato non solo la loro vita ma anche la storia.

Mentre dal punto di vista personale il G8 ha segnato “un prima e un dopo” perché all’epoca dei fatti ero una giovane studentessa di filosofia, che inseguiva l’idea di diventare insegnante; invece proprio in seguito all’esperienza a Genova capii che il mio percorso sarebbe stato quello della giornalista, testimone di fatti di cronaca, che vede e scrive sulle cose del mondo. Quei giorni quindi hanno determinato, in un certo senso, la mia vita professionale».

– Qual è il ricordo più vivo che hai di quelle giornate?

«Come racconto nel podcast Limoni il non-ricordo è ciò che più di tutto ha retto in questi vent’anni. Un tempo in cui ho cercato di non ricordare a causa del forte trauma subìto, di cui ho risentito gli effetti negli anni successivi, come per esempio incubi e notti insonni.

In molti casi i ricordi sono frammentati, tuttavia con grande sforzo ricordo gli elicotteri che volavano basso, poco sopra i tetti delle case, e i gas lacrimogeni. Ma ora Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale, ha ritenuto opportuno realizzare un podcast per analizzare, capire e tradurre – per chi c’era e per chi non c’era – ciò che accadde e non accadde in quell’estate del 2001, ed io non potevo certo tirarmi indietro».

– Se potessi tornare indietro, lo faresti?

«Sì, perché – come detto – furono giorni drammatici ma al tempo stesso estremamente importanti che segnarono la mia vita in modo significativo.»

– Sono stati diversi i fatti, per natura e contesto, che hanno caratterizzato il G8. È possibile creare un quadro complessivo di quei giorni?

«Certo, si deve, è necessario, seppur non semplice. Lo si deve fare non solo attraverso i documenti e le testimonianze di chi quei giorni li ha vissuti in prima persona, partendo dal lavoro dei giornalisti che si trovavano sul campo, ma anche e soprattutto dalle analisi degli storici che non hanno vissuto quei giorni e per questo dotati di maggiore obiettività. Queste le due dimensioni che permetteranno di disegnare un quadro più complessivo possibile.»

– Sei tornata a Genova dopo vent’anni, che città hai scoperto rispetto a quella che hai intravisto nel 2001?

«Come racconto nel podcast, arrivai per la prima volta a Genova 20 anni fa, in occasione del G8. Prima di allora Genova era per me una città immaginata attraverso le composizioni dei grandi, per esempio De Andrè, Caproni, Montale; aveva in sé qualcosa di poetico.

Al contrario quella che ha sfilato sotto i miei occhi in quei giorni del 2001 è stata una città segnata dalla violenza e, paradossalmente, inimmaginabile. Oggi è tutto completamente diverso, faccio fatica a credere che sia proprio la stessa città.»

– Da Genova ai genovesi: in base alle interviste che hai fatto e alle persone con cui hai parlato secondo te i genovesi hanno fatto pace con quella che è stata indubbiamente una ferita?

«Io credo che i genovesi abbiano subìto il G8. In primis hanno dovuto fare i conti con la militarizzazione, la zona rossa, le limitazioni ai movimenti. Oggi, a causa della pandemia, ci siamo abituati a sentire parlare di zone di colore diverso e di limiti agli spostamenti, ma prima non era concepibile. Infatti chi ha potuto ha cercato di lasciare la città; altri invece erano barricati in casa. Genova infatti era completamente stravolta nella sua quotidianità: negozi chiusi, sbarrati con tavole protettrici, saracinesche abbassate, automobili al riparo. Quindi credo che i genovesi, prima ancora di porsi il problema di fare pace con la Storia, abbiamo quello della difficoltà a ricordare».

– Chi ha vinto e chi ha perso dopo quelle giornate di luglio?

«Io credo che abbiamo perso tutti. È stato un grande fallimento. Da parte delle forze dell’ordine, dei politici e i vertici dei capi di stato, dei manifestanti, della democrazia e delle istituzioni perché hanno sottovalutato e non sono stati in grado di garantire l’ordine e gestire gli spazi. Un fallimento generale perché gli stessi temi che vennero affrontati all’epoca sono aperti ancora oggi, dalla questione ambientale a quella immigratoria».

– Perché un podcast sul G8 e a chi si rivolge?

«Internazionale era presente al G8, “Il mondo guarda Genova” è il titolo di copertina del numero dell’epoca, quindi oggi – anche per dare un ordine e un senso alle cose – il direttore De Mauro, come detto, ha sentito l’esigenza di raccontare e tradurre quel che è successo per chi vent’anni ce l’aveva nel 2001: sia per chi ha assistito in prima persona sia per chi invece si trovava a casa. Infine, non ultimo, il podcast parla ai giovani di oggi affinché conoscano i fatti.»

– Limoni è in cima alle classifiche. Vi arrivano feedback? I ragazzi chiedono qualcosa in particolare?

«Limoni è probabilmente un progetto di cui c’era bisogno, perché con grande sorpresa e soddisfazione è molto seguito, non solo da chi oggi ha 40 anni ma anche da chi ne ha 20. Da parte dei primi arrivano i ringraziamenti per aver decodificato, spiegato e tradotto fatti che vissuti all’epoca in prima persona avevano lasciato tanti dubbi e perplessità, dovuti ai ricordi confusi e al caos generale. Da parte dei secondi invece c’è solo grande curiosità».

-Pensi di essere riuscita ad arrivare al cuore dei giovani di oggi e di allora?

«Vediamo al termine del podcast, in tutto sono otto episodi, al momento direi di sì».

Il podcast Limoni, realizzato da Camilli grazie al supporto del consulente tecnico dei processi G8 nonché regista genovese Carlo Bachschmidt, si può ascoltare sul sito di Internazionale, su Apple, Spotify, Spreaker, Google podcasts.