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L'intervista

Ventennale G8, il pm Zucca: “Non ‘mele marce’ ma un problema strutturale con cui la polizia ancora non ha ancora fatto i conti”

Per il magistrato che indagò sulla violenze alla Diaz "a Bolzaneto successe qualcosa di ancor più grave che ricorda le torture di Abu Ghraib"

zucca diaz

Genova. “Trasparenza e consapevolezza”. E’ quello che il sostituto procuratore generale Enrico Zucca chiede ai vertici della polizia di Stato “per dimostrare davvero di aver voltato pagina” a vent’anni dal G8 di Genova.

Per il magistrato che ha condotto il processo contro le violenze all’interno della scuola Diaz “diversi episodi di cronaca di questi anni vedono riproporsi lo schema dell’uso sproporzionato della forza cui segue la copertura con falsità che dimostra come il problema non siano soltanto le responsabilità individuali”.

Per Zucca c’è un problema “strutturale” con cui la polizia italiana non ha voluto fare i conti: “Visto che certi comportamenti rappresentano l’opposto di quello che viene insegnato ai poliziotti ai corsi o scritto nei manuali di addestramento, dovrebbe essere la stessa polizia a sanzionare chi esce dai binari del rispetto della legge, ben prima dell’intervento della magistratura che peraltro si scontra con il conflitto di interessi di indagare sui propri collaboratori. E quella parte della magistratura che decide di approfondire i fatti viene isolata e bollata come ideologica” dice il magistrato che quell’isolamento lo ha vissuto in prima persona, insieme al collega Francesco Cardona e ai pm che si occuparono delle violenze di Bolzaneto Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello.
La tesi della polizia buona ingannata e delle mele marce ha bloccato e in qualche modo isolato l’accertamento dei fatti da parte della magistratura. Questo è un elemento che ha caratterizzato le indagini sul G8”.

Dobbiamo arrivare al 2017 quando Franco Gabrielli, appena nominato capo della polizia, in una lunga intervista a Repubblica su G8 ha detto: “La polizia italiana non è stata perseguitata dal procuratore Enrico Zucca per motivi ideologici. I pm hanno lavorato con imparzialità. Del resto, cosa avrebbe dovuto pensare un pm che, di fronte ad un verbale firmato da 14 poliziotti, scopriva che ad essere identificabili erano solo in 13?”.

Sono state le sentenze a dimostrare che le tesi della procura di Genova erano fondate, dalla Cassazione alla Corte europea dei diritti dell’uomo che hanno qualificato quelle violenze come tortura. La Cedu nel 2017 ha rilevato anche l’assenza di sanzioni per i poliziotti responsabili e l’assenza di identificazione di gran parte degli stessi.

Cinque anni prima, nel 2012, la Cassazione aveva condannato in via definitiva per falso 15 funzionari di polizia per aver coperto gli agenti picchiatori con false prove e false accuse nei confronti dei 93 manifestanti che vennero arrestati (79 dei quali dalla scuola Diaz uscirono feriti) e accusati di associazione a delinquere per devastazione e saccheggio, arresti non convalidati dai gip. I picchiatori sono rimasti senza nome non essendo identificabili ad eccezione dei capisquadra: i reati sono finiti prescritti ma i poliziotti sono stati ritenuti responsabili per i risarcimenti in sede civile. Chi non uscì in barella dalla Diaz, venne portato a Bolzaneto dove per Zucca è accaduto qualcosa di ancor più grave rispetto all’ assalto alla scuola: “C’è un filo conduttore – dice – che porta dal carcere temporaneo istituito all’interno della caserma di Bolzaneto alle immagini raccapriccianti delle torture all’interno dei centri di detenzione di Abu Ghraib”.

Per il magistrato “le tecniche dei carcerieri sono uguali anche se Genova non è uno scenario bellico ma già le forze di polizia, evidentemente così addestrate, si muovono in questo modo dimenticando codici e leggi nella peggiore tradizione delle dittature”.

Il pm genovese non ha mai smesso di studiare l’operare della polizia (delle forze di polizia in generale) in Italia e all’estero. E rispetto alla polizia italiana, resta convinto che ci sia una consapevolezza ancora da acquisire per dire di aver davvero voltato pagina: “Ha ben chiaro il poliziotto che non deve distinguere tra la persona perbene, la zecca comunista e il mafioso quando si tratta dei corpi di persone che ha in custodia, perché i diritti umani appartengono a tutti? E che per raggiungere uno scopo anche meritevole non si possono utilizzare mezzi illeciti? Ha ben chiaro che il suo compito è nobilissimo ed essenziale perché ha il potere di usare la forza e di limitare la libertà delle persone con il limite del rispetto delle leggi?” sono i dubbi che solleva il pm.

Per il magistrato invece periodicamente lo schema dell’uso sproporzionato della forza e della successiva copertura copertura si ripropone come un metodo ben rodato. Per rimanere ai esempi genovesi Zucca cita l’episodio di piazza Corvetto dove un giornalista di Repubblica è stato picchiato anche quando era a terra da 4 poliziotti del reparto mobile di Genova senza che avesse fatto assolutamente nulla e pochi secondo prima una ragazza riceve una manganellata sulla schiena, anche in quel caso senza aver fatto assolutamente nulla.

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