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Come è finita

Ventennale G8, il flop del processo contro i manifestanti e le pene spropositate per i casseur

Il reato di devastazione e saccheggio prevede pene pesantissime del tutto imparagonabili a quanto previstoda gli altri ordinamenti europei

G8 di Genova, 21 luglio 2001 - foto di Mirko Credito

Genova. Se nessuno dei poliziotti, carabinieri, finanzieri o penitenziari che durante il G8 spaccarono teste alla Diaz, in corso Italia o in piazza Manin o umiliarono persone inermi a Bolzaneto, ha mai scontato un giorno di carcere, anche perché i reati di cui erano accusati (lesioni visto che la tortura in Italia non esisteva) sono andati prescritti ancor prima di arrivare alla sentenza definitiva di condanna i cosiddetti black bloc o, meglio, i pochissimi manifestanti, per lo più appartamenti all’area anarchica, identificati e ritenuti responsabili di aver sfasciato vetrine o incendiato banche e auto, in carcere ci sono finiti eccome: quasi un anno di custodia cautelare ai domiciliari per molti di loro, poi il carcere, quello vero, dopo le condanne definitive. E qualcuno c’è ancora oggi, dopo 20 anni.

Si tratta di una distorsione consentita da un sistema penale di derivazione fascista dove i reati contro la persona sono puniti in modo decisamente meno grave di quelli contro il patrimonio e dalla scelta fatta all’epoca dalla Procura di Genova che per il G8 di Genova ha rispolverato un reato residuato dal codice Rocco, l’art. 419 del codice penale, il reato di “devastazione e saccheggio” che prevedeva all’epoca pene comprese tra gli 8 e i 15 anni. Oggi, fra l’altro quel reato, che punisce in pratica i danneggiamenti diffusi con messa in pericolo dell’ordine pubblico, grazie al decreto Salvini, può arrivare a 20 anni di condanna se i danneggiamenti sono commessi nell’ambito di una manifestazione.

Rimasto per decenni inerte tra le pagine polverose dei codici penali (la Procura di Genova non lo aveva usato neppure per punire i partecipanti degli scontri del 30 giugno 1960) viene rispolverato perché per il G8 di Genova, soprattutto dopo che era emerso quello che era accaduto alla Diaz e Bolzaneto, occorreva dare un segnale forte che bilanciasse in qualche modo le responsabilità dei gravi fatti accaduti in quelle giornate.

Quindi la Procura tirò fuori dal cilindro un reato che prevede pene spropositate, che non sono minimamente paragonabili a quelle che vengono comminate ai casseurs nel resto d’Europa dove il reato resta quello di danneggiamento e le pene sono al massimo di due anni di carcere ma, come ricorda Enrico Zucca in un recente scritto per la rivista Altraeconomia, nemmeno con la Russia di Putin: “Per intendersi, il codice russo all’art. 212 punisce le rivolte di massa, con violenze, incendi, danneggiamenti, uso di armi da fuoco o ordigni esplosivi, con resistenze a pubblici ufficiali con una pena da tre a otto anni – scrive zucca – Il vandalismo, i danneggiamenti aggravati, anche in forma organizzata con pene di gran lunga inferiori, non sempre detentive”.

Tanto per dare un’idea nemmeno il recente reato di tortura, finalmente introdotto nel nostro ordinamento con molta fatica proprio dopo i fatti del G8 , prevede una pena così alta visto che per la tortura si va da 4 a 10 anni (da 5 a 12 se commessa da pubblico ufficiale) mentre per i partecipanti ad una associazione di tipo mafioso la reclusione va dai sette ai dodici anni

Il processo per devastazione e saccheggio – va detto – è stato per la procura di Genova un gigantesco flop. Anzitutto perché nonostante le mastodontiche indagini coordinate dai pubblici ministeri Anna Canepa e Andrea Canciani, hanno portato a identificare solo 25 persone fra i responsabili dei danneggiamenti.

In secondo luogo perché grazie gli avvocati dei manifestanti sono riusciti a dimostrare come la carica sul corteo delle tute bianche di via Tolemaide (che scateno il caos in quella parte della città fino a tragico esito dell’omicidio di Carlo Giuliani) era stata illegittima oltre che attuata con armi improprie (mazze di ferro al posto dei manganelli in mano ai carabinieri).

Così su 25 imputati 15 sono stati assolti dalle gravissime accuse perché scrissero i giudici in sentenza avevano “reagito ad un atto illegittimo dei pubblici ufficiali” e il tribunale aveva rinviato gli atti alla Procura per la falsa testimonianza di quattro persone tra funzionari di polizia e ufficiali dei carabinieri.

Per altri 10 invece le condanne sono state molto dure. Per 4 di loro le pene sono state dai 10 ai 14 anni di carcere, poi parzialmente scontati tra indulto e custodia cautelare al momento dell’arresto. Uno di loro, Luca Finotti, si trova in carcere ancora oggi a causa di un aggravamento della misura alternativa.

Un altro, Vincenzo Vecchi, era fuggito in Francia prima della condanna definitiva. Era stato arrestato improvvisamente nel 2019, a 18 anni da quei fatti, su richiesta dell’Italia che aveva individuato il paese dove viveva con la famgila e lavorava, ma la Francia al momento non ha ancora concesso l’estradizione.

La Corte di cassazione francese ha infatti rimesso la questione alla Corte di giustizia europea su diversi punti ricordando fra l’altro che in Francia non esiste un reato simile e affermando, incidentalmente che si tratta di una pena sproporzionata.

(foto credits: Mirko Credito)

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