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Il documento

G8 di Genova, il magistrati di Area Dg: “Stato italiano inadempiente alle prescrizioni della Cedu”

"Riparare il danno per ricostruire il legame tra cittadini e istituzioni" ma l'Italia ha scelto di non licenziare i condannati e di ignorare il disegno di legge sui codici identificativi sui caschi

G8 Genova 2001 (foto credits, Ares Ferrari per Wikipedia)

Riceviamo e pubblichiamo integralmente il documento diffuso dai magistrati genovesi di Area democratica per la giustizia, come contributo alla riflessione nell’ambito del ventennale dei fatti del G8

Genova. Sono passati ormai vent’anni dai giorni del G8 di Genova. Giorni nei quali, secondo le parole, sempre attuali, di Amnesty International, si verificarono violazioni dei diritti umani di proporzioni che mai si erano viste prima nella storia recente d’Europa.

Una vicenda che ancora ci parla e ci interroga, una ferita che fatica a rimarginarsi. Problemi sempre attuali, come dimostra la cronaca giudiziaria di questi giorni con le immagini che provengono dal carcere di Santa Maria Capua Vetere.

Sentenze definitive di corti italiane e internazionali hanno sancito che nel 2001 a Genova vi furono “torture”, che, pur riconosciute tali, sono rimaste impunite essendosi prescritti i reati previsti dalle inadeguate fattispecie incriminatrici esistenti.

Condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’uomo perché, in violazione di norme convenzionali, non aveva previsto il reato di tortura, l’Italia ha provveduto in tal senso solo nel 2017 introducendo nel codice penale l’art. 613 bis.

Si tratta di un adempimento parziale e insoddisfacente realizzato introducendo una norma che si discosta dalla chiara definizione di tortura contenuta nella convenzione ONU del 10 dicembre 1984 e descrive una fattispecie che potrebbe perfino non essere applicabile a fatti come quelli verificatisi a Genova, che pure sono stati qualificati come tortura dalla Corte EDU, garante del rispetto di quelle regole convenzionali.

Questo insoddisfacente passo avanti è anche l’unico che in questi vent’anni è stato compiuto.

Sono rimaste, infatti, inattuate molte delle indicazioni che l’Italia ha ricevuto dalla Corte Europea, chiamata a pronunciarsi sui fatti verificatisi alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto.

Nessun rimedio legislativo è stato previsto per l’efficace repressione dei comportamenti che non assurgono al livello di gravità della tortura, ma costituiscono trattamenti inumani o degradanti.

Non si è escluso che i rappresentanti dello Stato incriminati per fatti di maltrattamento posti in essere nell’esercizio delle proprie funzioni possano beneficiare della prescrizione, di amnistie o di condoni.

Non si è previsto che gli imputati per atti di tortura e per delitti connessi debbano essere sospesi dalle funzioni durante il processo e destituiti in caso di condanna, misure che la Corte EDU ritiene invece obbligatorie.

Lo Stato italiano è rimasto inadempiente anche per quanto riguarda l’adozione di strumenti volti a consentire l’identificazione di agenti e funzionari di polizia impegnati in operazioni di ordine pubblico. Già nel 2012 una risoluzione del Parlamento europeo ha invitato gli stati membri a garantire che il personale di polizia porti un numero identificativo, ma l’Italia non ha ancora provveduto in tal senso e il disegno di legge che prevede l’esposizione di un codice identificativo alfanumerico sulle divise e sui caschi non è stato ancora neppure preso in esame dal nostro Parlamento.

Nel luglio del 2001, a Genova, il legame di fiducia che deve unire i cittadini alle forze dell’ordine si è incrinato.

Anche per consentire la ricostruzione di quel legame, che uno stato democratico deve coltivare e custodire, la magistratura si è impegnata nell’accertamento dei fatti. Hanno potuto farlo giudici di merito e di legittimità autonomi e indipendenti perché Pubblici Ministeri, altrettanto autonomi e indipendenti, hanno indagato, tra mille difficoltà, su quanto avvenuto alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto.

Indagini che PM con carriere separate da quelle dei giudici, soggetti a direttive politiche, non partecipi della comune cultura della giurisdizione ma avvocati della Polizia, come qualcuno li vorrebbe, non avrebbero certo potuto svolgere.

Ma la riparazione del danno richiede interventi positivi che solo il Parlamento può compiere. È necessaria a tal fine una legislazione che, nel pieno rispetto delle convenzioni internazionali, prevenga l’uso sproporzionato della forza da parte delle Autorità e, ove esso si verifichi, faciliti l’accertamento delle responsabilità individuali. È interesse primario delle forze dell’ordine e dei tanti funzionari ed agenti che svolgono il proprio lavoro in maniera corretta, che questo avvenga al più presto.

(Foto credits: Ares Ferrari per Wikipedia)