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Tutte le storie passano da genova

Euro 2020, il comun denominatore genovese di cinque belle favole europee

Non solo Mancini-Vialli, anche le "storie europee" di Pandev, Damsgaard, Schick, Rossi e Chiesa sono legate alla Superba

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Il legame tra la vittoria di ieri della nazionale italiana e la città di Genova è più che noto, visti i celebri trascorsi di Roberto Mancini, Gianluca Vialli e di altri componenti del loro staff. Tuttavia, pensando alle “storie” che questo campionato europeo ci ha regalato, è possibile identificare con tutte un rapporto più o meno intenso con la città della Lanterna.

UNA GRANDE UNGHERIA

Nulla a che vedere con la squadra leggendaria degli anni cinquanta di Puskás. Detto questo, il percorso della nazionale magiara merita una menzione. Tenuto conto della qualità dei giocatori, l’essere arrivati alla fase finale della manifestazione era già un successo. La squadra rischiava seriamente di vedersi appiccicata l’etichetta di “materasso” e, invece, non solo ha ben figurato, cedendo solo alla fine sotto i colpi del Portogallo e pareggiando contro Francia e Germania, ma ha anche sfiorato il passaggio del turno. Gli ungheresi conducevano per 2 a 1 contro i teutonici in occasione dell’ultima gara del girone. Se non fosse arrivato il goal di Goretzka al minuto ottantaquattro, si sarebbero qualificati. Grande merito in questi casi non può che andare all’allenatore, Marco Rossi. Il tecnico originario di Druento si è guadagnato il palcoscenico europeo e mondiale andando a cercare fortuna all’estero. Aveva conquistato il campionato ungherese nel 2017 con l’Honved, società che aveva guidato dal 2012 al 2014 e dal 2015 al 2017. Poi, parentesi in Slovacchia e dal 2018 l’Ungheria. Forse non tutti sanno che Marco Rossi ha giocato per due stagioni nella Sampdoria, dal 1993 al 1995, collezionando venticinque presenze e una rete. Legame con la Liguria determinato anche dalla panchina dello Spezia. L’allenatore classe 1964 ha condotto gli aquilotti fino ai play off di Serie D.

LA MACEDONIA E IL CONDOTTIERO ROSSOBLÙ

Euro 2020 ha segnato anche l’addio alla nazionale della bandiera del Genoa Goran Pandev. La sconfitta per 3 a 0 contro l’Olanda ha impedito alla Macedonia del Nord di proseguire l’avventura. Un sogno reso possibile da una rete dell’eterno grifone realizzata nello spareggio play off contro la Georgia. Tra le istantanee di questo europeo, non ci sarà soltanto il goal realizzato contro l’Austria ma ci saranno anche la maglia celebrativa dell’Olanda consegnatagli prima del match da Georginio Wijnaldum, la passerella dei compagni di squadra al momento del cambio durante l’uscita dal campo e l’omaggio sugli spalti da parte del compagno del triplete con l’Inter Wesley Snejider. Insomma, dopo aver riempito la bacheca come comprimario nel Napoli e, soprattutto, nell’Inter del triplete, Goran ha deciso di diventare “capopolo” risultando decisivo per le salvezze spesso sofferte del Genoa e per le campagne europee della sua Macedonia.

QUASI IL 1992

Quando la Danimarca gioca agli Europei, il pensiero vola subito al successo di inizio anni ’90. Qui in Italia anche al celebre “biscotto”, ma questa, come si suol dire, è un’altra storia. Il percorso sarebbe stato memorabile a prescindere vista la sconfitta soltanto in semifinale – e tra le polemiche – ma ha acquisito ancor più i connotati dell’epopea in virtù di come era iniziato: la paura per quanto accaduto ad Eriksen e le due sconfitte, contro Finlandia e Belgio. Protagonista indiscusso dei nordici, il sampdoriano Mikkel Damsgaard. Primo giocatore nato nel XXI secolo a segnare nella competizione, goal magia contro la Russia che ha dato il là al largo successo per 4 a 1 che è poi valso la qualificazione agli ottavi, Damsgaard si è ripetuto in semifinale, superando l’inglese Pickford con un calcio di punizione magistrale.

REPUBBLICA CECA, IL SOGNO SPEZZATO DA UN ALTRO SOGNO

Ennesima favola europea, ennesimo trascinatore con trascorsi nella Superba. Patrick Schick ha portato a suon di goal la sua Repubblica Ceca fino ai quarti di finale. Sono state ben cinque le reti realizzate dall’attaccante del Leverkusen. Un bottino che vale la palma di capocannoniere del torneo in coabitazione con Cristiano Ronaldo, non uno qualsiasi. L’attaccante nato a Praga nel gennaio 1996 è esploso nella Sampdoria, squadra nella quale ha giocato nella stagione 2016/17 andando in rete undici volte in 32 apparizioni. Un percorso inatteso che si è infranto nella gara tra “sognatrici” contro la Danimarca.

CHIESA AL CENTRO

Nell’Italia campione ma un po’ spuntata, lo abbiamo visto partire dall’esterno, correre palla al piede velocemente come si corre senza la sfera da dover condurre e giocare anche da punta, quando Mancini ha deciso di togliere Immobile e di puntare su un attacco “mobile”. I primi passi metaforici nel mondo, che poi si sono pian piano trasformati in scorribande e sterzate sulle fasce, Federico Chiesa li ha mossi proprio a Genova, città dove è nato il 25 ottobre del 1997. Visti anche i trascorsi nella Samp del papà Enrico, la crescita esponenziale di Chiesa in questo europeo è stata accolta con particolare piacere dal pubblico blucerchiato. Partito in panchina, è pian piano diventato uno dei punti di forza della Nazionale e ha messo a segno due reti pesantissime contro l’Austria nei supplementari e contro la Spagna in semifinale. Enrico e Federico sono stati la prima coppia padre-figlio a segnare entrambi agli europei.