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La recensione

Solaris al Teatro Modena: la fantascienza-filosofica centra l’obiettivo fotogallery evento

Si torna a casa con la voglia di recuperare libro e film e riflettere ancora sul ruolo dell'uomo anche in questo mondo

Genova. L’efficacia di un impianto scenico enorme, invasivo, un piano inclinato che occupa la platea per tre quarti, visivamente di grande impatto, per affrontare temi che invece sono intimi, filosofici, psicologici.

Questo il più grande punto di forza di “Solaris” il romanzo di fantascienza di Stanisław Lem riprende corpo dopo due film (1972 e 2002) nell’adattamento teatrale di David Greig tradotto da Monica Capuani grazie alla regia di Andrea De Rosa nella coproduzione Teatro Nazionale di Genova-Teatro di Napoli.

Lo spettatore è già catapultato dentro la scena ancor prima che lo spettacolo inizi: due dei quattro interpreti sono già in posizione. Werner Waas sta guardando un film in bianco e nero alla tv, se non abbiamo visto male si tratta di “Agente Lemmy Caution: missione Alphaville” di Jean-Luc Godard, con accanto una figura coperta interamente con uno scialle nero.

Dall’altro lato della platea Sandra Toffolatti è seduta e ogni tanto dondola, urtando la parete con lo schienale. Davanti a lei una carrozzina nera.

La trama è semplice, ma complessa al tempo stesso e non la riveliamo completamente perché rappresenta una parte davvero importante delle riflessioni e delle domande a cui ogni spettatore sarà chiamato a farsi durante lo svolgimento dell’ora e un quarto di spettacolo: la psicologa Kelvin, interpretata da Federica Rosellini (nel romanzo originale il personaggio è maschile) giunge sulla stazione spaziale che gravita attorno al pianeta Solaris per capire cosa stia succedendo. Da mesi non arrivano comunicazioni dai suoi occupanti. La situazione a bordo è degenerata. I due occupanti sono in evidente difficoltà emotiva. Presto la psicologa capisce perché: nella stazione arriva una ragazza che rappresenta qualcosa di importante nel suo passato. Si tratta di un “visitatore” inviato dal pianeta stesso, fatto di ricordi (Giulia Mazzarino). Solaris reagisce all’invasione dell’uomo in questo modo e l’uomo sarà costretto a confrontarsi con le domande che da sempre lo attanagliano da quando è nato: “Chi sono? Chi siamo noi veramente?“. Quando il visitatore prende coscienza di sé la situazione è destinata a precipitare.

Ogni cosa è nera nella scenografia, dallo stesso piano inclinato, al letto, sino all’abat-jour, un contrasto notevole su ciò che invece apparirà in video: a illuminare il tutto sarà il grande pannello tondo che, alzandosi, dà il via allo spettacolo, riflettendo immagini realmente prese dallo spazio (video dei D-Wok, che hanno rielaborato immagini fornite dall’Agenzia Spaziale Europea) e scoprendo l’ingresso alla stazione spaziale che gravita attorno al pianeta Solaris. In video anche il cameo di Umberto Orsini, che interpreta uno dei membri della stazione spaziale, il dottor Gibarian, morto prima del suo arrivo. Tutto è bianco in quelle immagini, come se nel frattempo la stazione spaziale fosse cambiata in modo irreversibile.

I suoni (G.U.P. Alcaro) sottolineano ed esaltano ciò che accade sulla scena (scenografia e costumi di Simone Mannino). Le luci di Pasquale Mari scaldano e raffreddano l’ambiente a dovere.

Si torna a casa con la voglia di recuperare libro e film e riflettere ancora sul ruolo dell’uomo anche in questo mondo.

Lo spettacolo è in scena sino al 9 maggio alle 19, domenica ore 16, martedì 4 e mercoledì 5 maggio riposo.

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