Quantcast
L'intervista

Primo maggio senza feste e piazze, la Cgil: “Lavoratori sempre più fragili e isolati, ma i soldi del Recovery plan sono un’occasione da non sprecare”

Per il numero uno della Camera del lavoro di Genova Igor Magni serve una regia condivisa perché i soldi dell'Europa sono un treno che Genova non può permettersi di perdere

Genova. Un altro primo maggio ‘virtuale’ e con le piazze svuotate dal Covid. Quel giorno di festa che in tutto il Paese è sempre stato un momento di lotta, ma anche di socialità, di confronto e di solidarietà per il secondo anno viene spazzato via dalla pandemia in un momento in cui di parlare di lavoro per confrontarsi sul presente e costruire il futuro ce ne sarebbe parecchio bisogno. Per questo nel giorno della Festa dei lavoratori Genova24 ha provato a fare il punto sul lavoro che cambia e sulla Genova che verrà con il segretario della Camera del Lavoro Igor Magni.

– Dopo un anno e mezzo di pandemia, come è cambiato il mondo del lavoro?
Diciamo che la pandemia ha reso ancora evidente un cambiamento che vediamo da anni: Genova oggi è molto diversa da quella degli anni Ottanta. E’ una città dove il lavoro è sempre più incentrato su servizi e turismo e ha perso molto di quella vocazione industriale che la caratterizzava. E questo rende anche il nostro lavoro più difficile: se prima con un paio di assemblee riuscivamo a parlare con centinaia di lavoratori, ora ne dobbiamo fare 7-8 per raggiungerne una trentina. Il lavoro viene organizzato attraverso le app e spesso senza sedi fisiche ed è per questo che è ancora più importante costruire delle reti come abbiamo cercato di fare con l’iniziativa del coordinamento dei disoccupati.

-Il blocco dei licenziamenti ha creato un argine alla crisi, ma ora le scadenze si avvicinano
Il blocco dei licenziamenti ha arginato in parte la crisi ma tanti lavoratori hanno comunque perso il lavoro tra contratti scaduti non rinnovati e aziende che non ce l’hanno fatta ad andare avanti. E ora ci preoccupa la doppia scansione messa dal Governo che prevede la scadenza del 30 giugno per il settore industriale e l’edilizia e invece 31 ottobre per tutti gli altri. Noi abbiamo chiesto di modificare la scadenza e portare tutto il blocco fino al 30 ottobre in modo da poter aumentare le vaccinazioni e poi finalmente concentrarsi sul lavoro. Allungare questo periodo consentirebbe fra l’altro di completare la revisione degli ammortizzatori sociali che non sono più in grado di sostenere per come sono stati concepiti un mondo del lavoro che è profondamente cambiato.

– Una delle parole chiave di questo anno a mezzo è diventata ‘smart working’, strumento che ha fatto comodo a molti…
Lo smart working, ma in molti casi si tratta per lo più di telelavoro, è stato certamente risolutivo in una certa fase, ma alla lunga diventa addirittura pericoloso. Da un lato i lavoratori sono sempre più soli e chiusi nelle loro individualità con ripercussioni psicologiche anche pesanti, dall’altro soprattutto per le donne è diventato un modo per lavorare ancora di più perché in smart working lavori, ti occupi della casa, badi ai fagli, li assisti nei compiti. Sui lavoratori sono stati scaricati ancora più compiti e responsabilità. Inoltre come abbiamo visto lo smart working svuota la città dai lavoratori che restando a casa creano indirettamente danni economici a quei settori che ai lavoratori fornivano servizi, basti pensare a bar ristoranti, esercizi commerciali.

– Poi c’è un rischio ancora più subdolo…
Se i ‘padroni’ si rendono conto che il lavoro può essere fatto da casa allo stesso modo, il passaggio successivo può essere che la casa può essere a Genova come in Romania od ovunque nel mondo. Insomma, non non vorremmo che diventasse uno strumento per demoralizzare ulteriormente il lavoro. Basti pensare alle aziende che oggi hanno ristrutturato i loro spazi e la scrivania non è più lo spazio di lavoro di un dipendente ma uno spazio dove i lavoratori vanno a turno quando non sono in smart working e a mio avviso non è un affatto un buon segno.

– L’atomizzazione del lavoro ha cancellato la solidarietà?
In parte sì, perché lavoratori sono sempre più isolati e chiusi in se stessi come se cercassero di difendere quel poco che hanno. Ma in alcuni ambiti esiste ancora: ne è un esempio l’Ilva ma in generale tutto il lavoro della Fiom genovese, con il sostegno politico alle lotte delle altre categorie e l’impegno verso i più deboli.

– Quale futuro per il lavoro in questa città?
I soldi del recovery plan sono una grande occasione che non può essere sprecata. Non basta una lista della spesa: gli investimenti dovranno avere una ricaduta occupazionale su tutto il territorio e per questo serve una regia certa che pianifichi gli interventi nel loro complesso. Non basta dire ‘Arrivano un po’ di soldi, li mettiamo un po’ qui e un po’ là’: non possiamo sprecare un’opportunità che non avremo mai più per ridare una possibilità di sviluppo a questa città che è indubbiamente in sofferenza. Siamo sempre meno, sempre più vecchi e abbiamo un tasso di disoccupazione giovanile che in otto anni è salito dal 21% al 36%, un tasso più simile a una regione del Sud che del centro Nord.

– Il sindacato chiede di essere parte di questa regia?
Serve un confronto serio che deve essere inserito in un percorso di sviluppo della città. Uno sviluppo che deve tener conto di tutti gli aspetti fondamentali per un rilancio, dal sistema scolastico alla formazione, dalla sanità che già mi pare che da essere tema centrale quello del potenziamento della sanità sia un po’ passato in secondo piano, agli investimenti privati certo. Ma il piano è l’occasione per ripensare e ricostruire il lavoro: deve essere l’occasione creare lavoro di qualità, stabilizzare i contratti a partire da chi ha lavorato nell’emergenza, proteggere il reddito delle persone favorendone l’inclusione sociale, rimettere al centro le persone e il lavoro guardando anche alla famosa transizione energetica. Possiamo diventare qualcosa di meglio di ciò che siamo oggi con quelle risorse? Secondo me è la domanda da cui partire.

Più informazioni