Grounded al Teatro Ivo Chiesa: straordinaria Linda Gennari, pilota nella guerra contemporanea - Genova 24
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Grounded al Teatro Ivo Chiesa: straordinaria Linda Gennari, pilota nella guerra contemporanea fotogallery evento

La recensione dello spettacolo con cui il Teatro Nazionale di Genova è ripartito in presenza

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Genova. Applausi calorosi, infiniti, interminabili, meritati hanno salutato la fine della prima di “Grounded” al Teatro della Corte Ivo Chiesa uno dei due titoli di produzione (l’altro è Solaris che genova24.it recensirà domani) che hanno riaperto la stagione del Teatro Nazionale di Genova dopo il via libera del governo agli spettacoli in presenza.

Un’ora e cinquantacinque minuti in cui una straordinaria Linda Gennari inchioda il pubblico alla poltroncina in un crescendo di angoscia, disagio, fino a un finale dal potentissimo impatto emotivo. Sola, su un palco allestito da Davide Livermore (che è anche il regista) e Lorenzo Russo Rainaldi con soli due elementi scenici ma funzionali alla perfezione per evocare il volo che tanto piace alla protagonista: un trapezio che fluttua sulla scena su cui l’attrice si muove con grande sicurezza e un rettangolo più grande, anch’esso mobile.

La trama: Orgogliosa Top Gun al comando di un F16, la protagonista della storia è fiera di una divisa e una carriera che si è conquistata duramente. Quando un uomo entra nella sua vita e lei resta incinta di Samantha, tutto cambia drasticamente. Rientrata in servizio è costretta a restare a terra, il destino temuto da ogni pilota (il termine inglese grounded ha il doppio significato di “punita”). Viene destinata al pilotaggio di droni: per difendere il suo Paese e “rendersi utile” deve rinunciare a volare in quel cielo azzurro che adorava. Sarà così che, in una base nascosta nel deserto americano, dentro una roulotte senza finestre, scopre un altro modo di volare e distruggere, di controllare e condannare. È una nuova guerra, apparentemente asettica, scientifica. Ma qualcosa in lei si modifica, il disagio la attanaglia, in un crescendo di angoscia e consapevolezza.

Si entra in sala e si viene già immersi nell’atmosfera grazie a un’audiodiffusione dei suoni di velivoli in azione, ma nel testo scritto da George Brant, tradotto da Monica Capuani, sono i colori ad assumere un’importanza evidente: il blu del cielo, che tanto mancherà alla protagonista, il rosa del test di gravidanza, il bianco delle nocche quando la tensione per il lancio di un missile si fa insostenibile e il grigio dello schermo che per dodici ore al giorno sarà costretta a fissare per supportare convogli distanti dodici ore di fuso orario. È la “poltronautica“, bellezza. Una pacca sulla spalla e si viene sostituiti da un altro collega, si torna a casa per baciare la propria figlia e dormire con il proprio marito. Si va in guerra come se fosse un turno di lavoro e la mente della donna ne comincia a subire le conseguenze.

Non più lupo solitario felice di lanciare bombe e missili sui minareti in Iraq, ma parte di una squadra che sentenzia la colpevolezza a decine di migliaia di chilometri di distanza da dove è l’azione, la protagonista scivola a poco a poco in un delirio in cui comincia a confondere la realtà del deserto del Medio Oriente con quella del deserto del Nevada, dove abita. Il Dio drone è un’occhio che scorge “uomini in età militare sul ciglio della strada”, o una jeep che corre veloce (“la velocità è fattore di colpevolezza”) in cuffia arriva l’ordine e quelle figure vengono ridotte a brandelli.

L’efficacia del testo di Brant è straordinaria nella sua sconvolgente semplicità, nel dare dettagli da brividi come quegli 1,2 secondi che passano tra il premere il bottone di un telecomando a Las Vegas e lo sganciamento di una bomba in Afghanistan o chissà dove.

Lo spettatore non ha un attimo di respiro e Linda Gennari è bravissima a tenere il pubblico sulla corda dall’inizio alla fine, con un ritmo incalzante anche nei momenti passati in famiglia. Non c’è spazio per controllare l’ora, per distrarsi, per pensare ad altro. Si è calamitati da quel corpo magro, nervoso, una donna che ama profondamente il marito e la figlia, ma che non riesce a comunicare loro tutto quello che ha dentro. E anche se non è sul palco Eric, il marito, fa sentire la sua presenza, il suo amore, attraverso i tentativi di far staccare il cervello della moglie da ciò che vive per mezza giornata. Proprio per questo apprezziamo la scelta nel finale di dare “corpo” a lui e alla figlia (non diciamo di più). Anche la tuta da pilota,  che è citata spessissimo nel testo, ma non si vede per tutto lo spettacolo, è un’altra “presenza-assenza” a nostro parere rivelatasi vincente.
I costumi sono di Mariana Fracasso, le luci (il neon fa da perimetro ai due elementi scenici e cambia colore sottolineando ciò che accade in scena) sono di Aldo Mantovani, le musiche, calzanti, di Andrea Chenna. Assistente alla regia: Sax Nicosia.

Repliche sino al 9 maggio alle 19, domenica ore 16. Riposo 1 e 3 maggio.

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