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Il nodo

Gli invisibili della pandemia, per migliaia di stranieri in Liguria il vaccino è un miraggio

Di Maria (Società Medicina delle Migrazioni): "Il tema non è di militanza, la copertura vaccinale è a prescindere da status e nazionalità". Alisa raccomanda alle Asl di ideare percorsi per le "persone temporaneamente presenti"

Generico aprile 2021

Genova. Illah è seduto sulle assi di legno di Belvedere Pertusio, l’antica darsena di Genova, e circondato da una dozzina di persone, sta valutando la prossima mossa di una tesissima partita di backgammon. Dice di avere 27 anni ma ne dimostra più di quaranta, forse per quello che ha passato prima di arrivare nella città della Lanterna. Proviene dal Gambia, è in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato, status che come per altri suoi compagni non arriverà mai. Come d’altronde, probabilmente, la possibilità di vaccinarsi contro il Covid.

Questo almeno in base allo status quo. Il rischio è che Illah vada ad allargare le fila dei circa 10mila stranieri senza regolare permesso di soggiorno che si trovano in Liguria. Una cifra stimata e grossolana, che viene fuori calcolando il 10% della popolazione immigrata regolare. Fino a qualche ora fa queste persone, semplicemente, non esistevano nei piani vaccinali delle Asl e di Alisa e neppure, se non altro non in maniera specifica, nelle indicazioni del piano vaccinale nazionale.

Domenico Ciotti, collaboratore operativo del commissario Francesco Figliuolo, in un’audizione in senato di qualche giorno fa, a chi gli chiedeva se il Paese si stesse attivando sul fronte degli italiani residenti all’estero, ha risposto, ampliando il discorso, che i ministeri della Salute e dell’Interno si stanno già attrezzando per intervenire anche per gli stranieri, inclusi i centri di accoglienza per profughi e richiedenti asilo.

La novità dell’ultim’ora – successiva alla pubblicazione di questo articolo – è che Alisa sta inviando alle Asl una raccomandazione affinché queste prevedano un percorso che tenga conto della necessità di vaccinare anche le persone “temporaneamente presenti”, indicate con una sigla, STP, e che quindi si consideri la possibilità di riservare loro delle dosi.

In Liguria e a Genova c’è chi aveva provato a sollevare la questione ma con scarsi risultati: in consiglio regionale Ferruccio Sansa, il 23 marzo scorso, si è visti bocciati due ordini del giorno: uno sull’attivazione di un servizio di assistenza sanitaria ai migranti che garantisca lo screening per la ricerca del virus Covid-19 e la vaccinazione, l’altro per l’ipotesi di fornitura a queste persone di una tessera sanitaria temporanea per garantire gli eventuali servizi sanitari, tra cui tamponi e vaccinazione. Il presidente della Regione Liguria e assessore alla Sanità Giovanni Toti ha espresso parere negativo spiegando che la Regione deve attenersi alle disposizioni nazionali circa le categorie prioritarie da sottoporre a vaccinazione.

In consiglio comunale è stato Gianni Crivello, capogruppo della lista Crivello, a porre un quesito durante la commissione consiliare di venerdì scorso sull’emergenza Covid. “A quanto risulta non è prevista al momento alcuna vaccinazione da parte delle Asl per gli stranieri non residenti – ha chiesto alla giunta – ma, e qui lo dico per evitare che si parli di strumentalizzazioni, stiamo parlando di potenziali veicoli di contagio, non solo di quella solidarietà che sicuramente è un tema che mi appartiene, c’è l’intenzione di muoversi in tal senso?”. L’assessore alla Sanità Massimo Nicolò non ha risposto alla domanda. Forse lo farà nel corso di una futura commissione sul tema, ancora da calendarizzare.

La problematica, forse, a oggi, potrebbe anche essere vagamente prematura: la Liguria, come il resto del Paese, sta vaccinando in base a classi di priorità soprattutto di tipo anagrafico e nella popolazione immigrata non residente o irregolare molto difficilmente si trovano persone con più di 50 o 60 anni. Ma arriverà il momento in cui anche gli under 50 si dovranno vaccinare e questi cittadini potrebbero chiedere la loro dose. Il piano di Alisa prevede, ad esempio, che i nati dal 1977 al 1981 possano prenotarsi a partire dal 14 giugno, sempre che non ci siano novità legate alla distribuzione dei farmaci.

La questione è che c’è una forte discrepanza tra quello che viene stabilito dalle norme nazionali e quella che è, per così dire, la vulgata“. A parlare è Emilio Di Maria, medico e referente ligure per la Società Italiana di Medicina delle Migrazioni.

La Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (Simm) è stata istituita all’inizio del 1990 sotto la spinta di gruppi e organizzazioni che in varie parti d’Italia si occupavano di garantire il diritto all’assistenza sanitaria a immigrati presenti sul territorio nazionale. Allora il diritto alla salute era di fatto negato o nascosto per la maggioranza degli stranieri. Oggi la Simm può essere considerata un policy network nazionale di scambio di esperienze, dati, evidenze scientifiche e considerazioni di politica sanitaria anche locale.

“Non c’è bisogno che il piano vaccinale indichi la necessità di vaccinare gli stranieri perché basta prendere il testo unico sull’immigrazione, sia all’articolo 35 sia in un comma specifico, che parla di assistenza agli irregolari e al loro diritto di ricevere cure anche continuative e di essere coinvolti nelle campagne di vaccinazione – sottolinea il medico – questa è una legge dello stato ed è un concetto sopravvissuto ad emendamenti e decreti, sono norme che non si possono equivocare”.

“Poi però c’è un altro ordine di ragionamento, quello della vulgata appunto, per cui prima devono essere vaccinati coloro che sono in possesso di una tessera sanitaria, e comunque prima degli altri gli anziani e i fragili. Ma sia chiaro – continua Di Maria – il tema della vaccinazione degli immigrati non è un tema di lotta o militanza, è un tema sanitario basato su dati scientifici“.

“Le vaccinazioni sono un’operazione di sanità pubblica per proteggere la popolazione – ribadisce il referente della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni – il vaccino funzionerà quando ci sarà una larga parte di popolazione vaccinata a prescindere dalla nazionalità o dallo status. D’altronde anche nel piano vaccini nazionale non si parla certo di irregolari, no, ma di fasce deboli, di popolazione a rischio sì, il problema è che poi il piano ha bisogno di attuarsi ed è competenza delle regioni scegliere come organizzarsi”.

Invisibili della pandemia, dal primo lockdown a oggi. “Nella prima fase della pandemia da coronavirus il problema era quello del tracciamento, dei tamponi, in questa seconda fase è quello dei vaccini – spiega Walter Massa, presidente di Arci Liguria e referente per Arci Nazionale del sistema di accoglienza dei richiedenti asilo – in questi mesi con altre realtà come Caritas, Medici Senza Frontiere, Sant’Egidio ed Emergency, per citarne solo alcune, abbiamo costituito un ‘tavolo nazionale immigrazione e salute’ e abbiamo svolto due diverse ricerche, il problema è che il sistema di accoglienza, che accoglie circa 80 mila persone in Italia, è stato completamente abbandonato, in più in questa rilevazione ci siamo accorti che gli effetti del Decreto sicurezza Salvini hanno prodotto una marea di luoghi informali di difficile monitoraggio, tradotto c’è moltissima gente che vive sotto i ponti, per strada, in cittadelle come l’ex parco ferroviario di Ventimiglia”.

“Questo significa – continua Massa di Arci Liguria – che anche se ci dovesse essere l’ok alla vaccinazione sarebbe concretamente difficile entrare in contatto con questa fetta di popolazione, basti pensare che oggi molti irregolari rinunciano anche all’unico diritto innegabile che sono le cure ospedaliere perché hanno paura di essere denunciati”.

Il problema, ancora molto sottotraccia insomma, rischia di esplodere nei mesi futuri. C’è da dire che la Liguria, e l’Italia, sono in “buona” compagnia. In Europa la Germania è il solo Paese ad aver annunciato una corsia preferenziale per vaccinare almeno i richiedenti asilo ospitati nei centri di accoglienza, inclusi nel secondo gruppo in ordine di priorità dopo gli ultraottantenni e insieme al personale sanitario.

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