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Crollo ponte Morandi, la procura: “Per 51 anni nessun intervento di rinforzo sugli stralli della pila 9”

Le accuse della Procura ai 68 indagati: “Guardavano gli stralli con i binocoli, pila 9 vista da vicino solo una volta nel 2015

Genova. Tra l’inaugurazione del 1967 e il crollo del viadotto Morandi, avvenuto il 14 agosto 2018 “e, quindi, per ben 51 anni – non era stato eseguito il benché minimo intervento manutentivo di rinforzo sugli stralli della pila 9”.

Lo scrivono i sostituti procuratori Massimo Terrile e Walter Cotugno nell’avviso di conclusione indagini preliminari che in queste ore viene notificato ai 68 imputati di attentato alla sicurezza dei trasporti, crollo colposo, disastro colposo e omicidio colposo plurimo e omicidio stradale.

Negli avvisi che vengono notificati in queste ore via Pec o tramite la guardia di Finanzia i pm contestano puntualmente incarichi, verbali firmati e decisioni prese nel corso degli anni che hanno contribuito al verificarsi della tragedia di due anni e mezzo fa, che è costata la vita a 43 persone.

“Nel periodo compreso tra il 13.6.1991 e il crollo (9.924 giorni, 326 mesi, oltre 27 anni), “in una sola occasione, nell’ottobre 2015 – e solo approfittando del contemporaneo svolgimento delle attività di consulenza affidate da ASPI a CESI – erano state eseguite sulla pila 9 – cioè sull’unica non rinforzata in precedenza – sui soli stralli lato mare e soltanto in orario notturno, osservazioni dirette e ravvicinate dello stato di conservazione dei trefoli; la conseguente relazione evidenziava chiarissimi segnali d’allarme sulle condizioni degli stralli, accertando che tutti i trefoli che era stato possibile esaminare tramite i carotaggi risultavano “scarsamente tesati” e “si muovevano con facilità facendo leva con uno scalpello”.

Come noto le attività di sorveglianza e di ispezione erano affidate da Autostrade prima, e da Aspi poi – “anziché ad uno o più soggetti autonomi e terzi – in via esclusiva a Sea, società appartenente al medesimo gruppo imprenditoriale, soggetta alla direzione e al coordinamento di Aspi e, quindi, inevitabilmente condizionata, nello svolgimento delle sue attività, da quel rapporto di dipendenza societaria, economica e contrattuale, tanto da attenuare e ammorbidire sistematicamente i contenuti delle proprie relazioni in modo da renderle gradite alla committente, sottovalutando la rilevanza dei difetti e delle criticità accertate” dice la Procura.

E Spea “svolgeva tali attività di sorveglianza e di ispezione – nella piena consapevolezza e piena accettazione di AUTOSTRADE e ASPI – con modalità
non conformi alla normativa
vigente e, comunque, lacunose, inidonee e inadeguate in relazione alle specificità del viadotto Polcevera; in particolare, le ispezioni visive degli stralli venivano sistematicamente eseguite dal basso, mediante binocoli o cannocchiali, anziché essere ravvicinate “a distanza di braccio” e non erano pertanto in grado di fornire alcuna informazione affidabile sulle condizioni dell’opera; tra l’entrata in vigore del DPR 14.9.2011 n.177, in materia di lavoro in ambienti confinati, e il crollo, nessun ispettore era più potuto entrare all’interno dei cassoni sottostanti l’impalcato per verificarne le condizioni, non avendo ASPI e SPEA provveduto allo svolgimento delle attività di formazione professionale e di addestramento imposte dalla normativa; ciò nonostante, i report trimestrali – del tutto privi di coordinamento ingegneristico con gli esiti delle prove riflettometriche e con altre evidenze emerse da diversi rilevamenti – continuavano a dare atto, contrariamente al vero, che tutte le parti del viadotto, compresi i cassoni, venivano regolarmente ispezionate”.

Agli ex vertici di Autostrade, l’ex ad Giovanni CAstellucci, l’ex numero due Paolo Berti e l’ex numero tre Michele Donferri Mitelli, la procura ha contestato anche l’omissione di atti d’ufficio. E’ quanto emerge dalla lettura degli avvisi di conclusione indagini preliminare. Secondo la procura i tre avrebbero rifiutato in qualità di pubblici ufficiali “di compiere atti del suo ufficio che la normativa imponeva di compiere senza ritardo per ragioni di sicurezza e incolumità pubblica” e omettevano “di eseguire, di far eseguire, di imporre e di assicurarsi che venissero eseguite – con frequenza quanto meno trimestrale e, comunque, commisurata alle caratteristiche ed all’importanza dell’opera, nonché alle risultanze della vigilanza e alle condizioni di rapido e progressivo ammaloramento – ispezioni complete e ravvicinate, in condizioni di visibilità ottimali, di tutte le parti del viadotto Polcevera al fine di controllarne lo stato di manutenzione e di accertarne la stabilità, con particolare attenzione agli stralli dei sistemi bilanciati e ai cassoni sottostanti l’impalcato”.

Da oggi, i difensori degli indagati possono chiedere di essere interrogati dai pm Massimo Terrile e Walter Cotugno che hanno materialmente svolto le indagini coordinati dall’aggiunto Paolo D’Ovidio. Poi arriverà la richiesta di rinvio a giudizio: “certamente entro l’estate” ha confermato stamani il procuratore capo Francesco Cozzi.

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