Spese pazze in consiglio regionale, assolti in appello Edoardo Rixi e tutti gli altri imputati - Genova 24
Sentenza

Spese pazze in consiglio regionale, assolti in appello Edoardo Rixi e tutti gli altri imputati

Viaggi, cene e regali con i soldi dei gruppi tra il 2010 e il 2012: "Il fatto non sussiste"

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Genova. La seconda sezione della Corte di appello di Genova ha assolto Edoardo Rixi, l’ex capogruppo in consiglio regionale della Lega, e tutti gli altri imputati condannati in primo grado per le cosiddette spese pazze relative ai i bilanci degli anni tra il 2010 e il 2012 perché “il fatto non sussiste“.

Rixi, che è anche ex viceministro e ora deputato del Carroccio e segretario regionale della Lega, era stato condannato in primo grado a 3 anni e 5 mesi di reclusione.

A lui il giudice di primo grado nella sentenza pronunciata il 30 maggio 2019 aveva inflitto la pena più alta fra tutti i 19 condannati, accusati di avere speso migliaia di euro, soldi pubblici destinati all’attività dei gruppi consiliari, per scopi privati o per attività di partito (cene, pranzi, viaggi, regali e così via) che appartenevano a tutti i partiti di quella legislatura.

E per Rixi il giudice aveva disposto l’interdizione perpetua dai pubblici uffici grazie alla normativa introdotta dalla legge Severino che scatta solo tuttavia al momento della condanna definitiva.

“Una assoluzione che conferma quanto sostengo dal primo giorno – commenta Edoardo Rixi, che non era presente in aula, attraverso una nota – il mio comportamento si è sempre distinto per lealtà e correttezza. Il mio obiettivo rimane quello di lavorare senza sosta al servizio della mia regione e del mio Paese”.

“I 19 ex consiglieri della Regione Liguria accusati di peculato sono stati assolti. Tra loro anche gli amici Edoardo Rixi e Matteo Rosso, a cui va il mio abbraccio, certo che continueranno a lavorare come e più di prima per il bene della nostra regione”, ha scritto il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti su Twitter.

Tra gli altri condannati in primo grado con incarichi pubblici in corso c’erano il sindaco di Cogorno Gino Garibaldi e il sindaco di Alassio Marco Melgrati. Entrambi erano stati sospesi dall’incarico – sempre in forza della Severino – e poi tornati nelle loro funzioni, il primo dopo un ricorso, il secondo dopo scadenza del periodo di sospensione.

Per il sindaco di Alassio si tratta di una grande soddisfazione: “Non me l’aspettavo, ma avevo la speranza che, con tutto ciò che è successo in Cassazione e avevano ribaltato le sentenze, avremmo avuto almeno una derubricazione all’altro codicillo che prevede non la sospensione della Severino, ma una condanna per uso improprio o un errore nell’uso dei fondi – ha commentato Melgrati presente in aula accanto al suo avvocato Franco Vazio – Un’assoluzione piena rende giustizia a quel che abbiamo fatto. Sono veramente stupito e commosso di questa sentenza, anche perché ero sicuro di non aver fatto nulla di quello che era contestato. Non ho mai pensato di rubare soldi alla Regione e il peculato prevede che io fossi cosciente del fatto che avevo fatto una cosa incredibile, cioè rubare 3,800 euro. Pensare che uno come me possa fare una cosa del genere è veramente umiliante e offende la mia intelligenze. Ringrazio la magistratura giudicante della Corte d’Appello per non essersi fatta condizionare da un processo nato come processo politico ad una classe dirigente”.

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Tra i presenti alla sentenza c’era Marylin Fusco, ex assessora all’Urbanistica e vicepresidente della Regione, che ha accolto in lacrime l’assoluzione piena.

Le assoluzioni, oltre a Rixi, riguardano anche Michele Boffa (Pd); Luigi Morgillo (Pdl/Forza Italia); Francesco Bruzzone (Lega); Armando Ezio Capurro (ex Noi con Burlando, passato a Direzione Italia); Giacomo Conti (Federazione della sinistra); Raffaella Della Bianca (allora Pdl/Forza Italia); Marylin Fusco (per la militanza in Diritti e Libertà); Roberta Gasco (Pdl/Forza Italia); Marco Limoncini (Udc); Marco Melgrati (Pdl/Forza Italia, attuale sindaco di Alassio); Nino Miceli (Pd); Matteo Rossi (per quasi tutto il mandato in Sel); Matteo Rosso (dal Pdl a Fratelli d’Italia); Alessio Saso (Nuovo centrodestra); Aldo Siri (Lista Biasotti); Franco Rocca (Nuovo centrodestra); Alessandro Benzi (da Sel al Gruppo misto); Gino Garibaldi (eletto con il Pdl).

Per tutti gli imputati i giudici hanno anche disposto la revoca delle confische.

Per comprendere gli elementi che hanno convinto i giudici di appello a ribaltare la sentenza occorrerà attendere le motivazioni. Per quanto riguarda l’accusa ai capigruppo, l’avvocato Andrea Corradino, difensore dell’ex capogruppo Pd Nino Miceli, azzarda un’ipotesi: “Il pm – spiega – ha sempre sostenuto che il reato si consumasse all’atto della presentazione del rendiconto, impostazione che ho sempre sostenuto essere sbagliata, come ha detto anche la Cassazione”.

“Ritengo che la sentenza della Corte di appello – commenta l’avvocato Alessandro Vaccaro che difende Matteo Rossi e Matteo Rosso – nel riconoscere il legittimo comportamento dei consiglieri regionali abbia ricondotto nei giusti binari il rapporto tra polizia e magistratura. Per quanto riguarda le motivazioni ovviamente dovremo attendere i 90 giorni per il deposito ma quello che possiamo prevedere è che abbiamo accolto le tesi difensive sulla legittimazione delle spese sostenute da parte dei consiglieri, riconoscendo la libertà del consigliere regionale nel qualificare l’attività politica.

Matteo Rossi, ex consigliere di Sel ed ex assessore regionale allo Sport, commenta la sentenza con un post: “Da tutte le esperienze bisogna cercare di ricavare sempre il meglio. Oggi, insieme a tutti gli altri imputati, sono stato assolto, con formula piena, nel processo di seconda grado giornalisticamente definito “spese pazze”. Nessuna rivincita, nessuna polemica. In questi 9 lunghi anni ho imparato tanto, punto. Ho convissuto con la gogna mediatica ma ho avuto il sostegno, anche nelle critiche, di tanti amici e amiche. Ho visto orde di sciacalli strumentalizzare prima gli articoli di giornale, poi l’avviso di garanzia, poi il rinvio a giudizio, poi il processo, poi la condanna in Primo grado e, nel contempo, “stracciarsi le vesti” a difesa della Costituzione (“scordandosi” che l’art.27 comma 2 recita testualmente che “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”). Li capisco, probabilmente non avranno avuto altri argomenti per dimostrarsi migliori. Per me, comunque, cambia poco o nulla, se non il sollievo, per tutti i miei familiari che, certamente, hanno sofferto più di me in questo periodo. Io ero strutturato, loro meno”.

La sentenza di oggi comunque non è detto che metta la parola fine a questo lungo processo per fatti che risalgono a dieci anni fa. E’ probabile invece che la procura generale decida di impugnare la sentenza davanti alla corte di Cassazione.

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