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Disagio in crescita

Autolesionismo, disturbi alimentari, tentativi di suicidio: adolescenti ancora più fragili dopo un anno di Covid

La psicologa della Asl3 Lusetti: "In aumento anche i casi di hikikomori, ma anche ansia e depressione per una generazione che ha perso la speranza nel futuro"

Genova. Autolesionismo, disturbi alimentari, auto reclusione e tentativi di suicidio sono i aumento tra i più giovani, così come disturbi più o meno gravi legati all’ansia e alla depressione. A tracciare il quadro complesso di come gli adolescenti stanno vivendo questo anno e passa di pandemia è la psicologa Eleonora Lusetti, che lavora per la Asl3 sia al servizio psichiatrico diagnosi e cura dell’ospedale Galliera sia al Centro di salute mentale.

“Sicuramente nella prima ondata c’è stata una diminuzione dei ricoveri in ospedale perché c’era grande paura e se il coprifuoco ha certamente diminuito fenomeni massicci di abuso di alcol e sostanze con la chiusura dei locali e lo stop alla movida, a partire dalla seconda ondata stiamo riscontrando un incremento di situazioni legate all’attacco al corpo che è un po’ la clinica dell’adolescente. Attacco al corpo che si manifesta attraverso autolesionismo, self cutting, disturbi alimentari e tentativi di suicidio”.

Poi ci sono i casi di aggressività “con ragazzi che vengono portati in pronto soccorso accompagnati talvolta dalle forze dell’ordine in seguito a episodi di conflittualità famigliare determinata dalla prossimità che spesso sfociano in violenza”.

A livello ambulatoriale crescono invece i ragazzi che “in altri periodi non si sarebbero mai rivolti a uno psicologo perché erano in grado di gestire il loro disagio magari insieme condividendolo con gli amici, le uscite eccetera ma che adesso invece arrivano da noi con disturbi d’ansia, stati depressivi e somatizzazioni correlate”.

Molti in questo anno hanno poi dovuto gestire “una vicinanza con la morte che non è tipica di quell’età perdendo i propri cari a causa del covid”. In generale la pandemia ha reso ancora più evidente la “perdita di speranza dei giovani – dice Lusetti – e insieme la responsabilità di noi adulti, dalla povertà educativa, all’ambiente, dall’aumento della povertà, alla dispersione scolastica”.

La didattica a distanza? “Potrebbe funzionare come strumento per garantire ai ragazzi una continuità didattica ma molto dipende da come viene utilizzato perché non solo rischia di tagliare fuori chi non può accedere con facilità a strumenti informatici e buone connessioni, ma anche non può essere concepita come un sistema unidirezionale in cui i professori si limitano a leggere le lezioni, bensì deve essere utilizzata per coinvolgere i ragazzi e perché si possano confrontare”. Condivisione fra pari, coinvolgimento e “ascolto”.

“Un discorso che sembra banale ma non lo è perché gli adolescenti di oggi sono cresciuti in famiglie più affettive e relazionali rispetto a un tempo e una delle conseguenze è che crescendo sono più fragili e di fronte a un fallimento o a una delusione questi ragazzi crollano”. Da qui gli episodi sempre più frequenti di ragazzi che autonfliggono tagli o che si rinchiudono in casa, il cosiddetto fenomeno dell’hikikomori che porta ad autorecludersi per sfuggire alle pressioni della società.

Poi i genitori spaventati quando si accorgono che c’è un problema si rivolgono ai servizi, in particolare a quelli sul territorio. “Noi abbiamo sembra lavorato anche nel periodo del lockdown totale, grazie ai servizi da remoto, la cosiddetta telemedicina che non va osannato ma che ci ha consentito di non interrompere mai il contatto con i nostri pazienti. Quello che la pandemia ci ha insegnato è che la sanità territoriale non può essere smantellata e al contrario, va rafforzata perché tra le tante attività noi facciamo anche prevenzione riusciamo attraverso i nostri centri a individuare dei percorsi prima che le situazioni precipitino: e si lavora bene sul territorio si ricovera meno tenendo conto anche del fatto che le patologie psichiatriche più serie cominciano a manifestarsi proprio in età adolescenziale”.

E la fase peggiore non è certo finita: “A noi purtroppo il lavoro non manca mai ma per i prossimi mesi sappiamo che dovremo affrontare l’onda lunga per le conseguenze della pandemia soprattutto per quanto riguarda i fenomeni depressivi”.

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