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“Album dei ricordi blucerchiati”, Pietro Vierchowod, lo zar

Incredibile Hulk per Maradona… Pietro il Grande, lo Zar di tutte le Russie per i tifosi blucerchiati… per noi il più forte difensore di sempre…

Genova. Per Maradona era l’incredibile Hulk, per i tifosi blucerchiati, Pietro il Grande, lo Zar di tutte le Russie… per noi il più forte difensore di sempre…

562 partite in Serie A (con 38 reti), perno della difesa blucerchiata per 359 volte nel campionato italiano (25 goal), cui vanno aggiunti i match in Champions, Coppa delle Coppe, Coppa Italia… un palmarès da brividi, soprattutto per uno che ha giocato 12 anni con la maglia della Sampdoria, resistendo alle lusinghe dei grandi club, per un patto d’acciaio con Vialli, Mancini e gli altri grandi dello scudetto: “Non ce ne andiamo da Genova, finché non vinciamo qualcosa di importante”…   Poi la voglia, viene mangiando… Coppa (anzi Coppe) Italia, Coppe delle Coppe, Campionato, con l’amarezza massima di Wembley… io c’ero a Londra, insieme ad una marea di  sampdoriani… uno stadio da 90 mila spettatori, gremito da genovesi e catalani, in un maestoso spettacolo di civiltà fra le due tifoserie…  Un sogno svanito all’improvviso, quasi alla fine dei supplementari, per ‘quella maledetta’ punizione di Ronald Koeman…

E’ stata la punta dell’iceberg, quella finale di Coppa dei Campioni, di una corsa iniziata quando Paolo Mantovani, dopo aver portato il Doria in Serie A, ha completato la sua raccolta di ‘quadri’ pregiati, da esporre al Louvre… ops, a Marassi!

A dire il vero, uno dei ‘quadri’ di maggior valore, lo aveva già comprato prima, sul lago di Como, ma aveva consentito che venisse esposto per un anno a Firenze e per un altro a Roma (un secondo posto in campionato sull’Arno ed uno scudetto sul Tevere, nel palmarès), finché – nell’estate dell’83), al secondo anno di A del suo amato giocattolo, il Presidentissimo decide di aggiungere anche lo Zar nella sua personale pinacoteca, convincendolo a rinunciare alla Coppa dei Campioni coi giallorossi, per  portarlo – alla prima in blucerchiato – all’esposizione dell’esigente pubblico di San Siro, insieme ad altre “tele” prestigiose, quali Trevor Francis, Liam Brady e Roberto Mancini… con lo ‘striker’, che fa meglio dell’anno prima, annichilendo due volte il campione del mondo Fulvio Collovati, mentre Vierchowod mette la sordina all’altra medaglia d’oro del Santiago Bernabéu, di Madrid, Alessandro Altobelli.

Ma per alzare una coppa, deve passare ancora un anno e soprattutto, Mantovani deve aggiungere, al museo blucerchiato, ancora qualche bel ‘quadro’… ed ecco, così, arrivare il “giocondo” Vialli, ma anche il gemello del russo (la freccia Moreno Mannini) e Charlie Champagne, Graeme Souness…  Che annata, quell’84/85! Quarto posto in campionato (eguagliando quello leggendario dei mitici vecchietti: Brighenti, Skoglund e Cucchiaroni) e Coppa Italia, primo trofeo della storia del Doria, a spese del Milan di Baresi, Wilkins ed Hateley.

E siccome ‘cambiare tavola cresce l’appetito’, Mantovani sceglie il re dei pittori, per migliorare i suoi ‘quadri’… è Vujadin Boškov, l’artista che, per vincere l’Oscar (leggi scudetto), si avvale di Fausto Pari, Luca Pellegrini, Attilio Lombardo, Giovanni Invernizzi, Srecko Katanec, Toninho Cerezo, Aleksei Mychajlyčenko (ucraino, come il papà di Pietro), poggiando il suo gioco sul ‘credo’ di Fulvio Bernardini e cioè che per fare risultato, in squadra bisognava averne uno che pari (Pagliuca), uno che difenda (Vierchowod), uno che inventi (Mancini) ed uno che segni (Vialli)…

L’accesso alla finale, a Wembley, della Coppa dei Campioni, è dovuto passare attraverso sfide con i vincitori degli scudetti norvegese (Rosenborg), ungherese (Honvéd), greco (Panathīnaïkos), belga (Anderlecht), ma soprattutto jugoslavo, l’allora fortissima Stella Rossa di Belgrado, le cui fila annoveravano big, quali Dejan Savićević, Darko Pančev, Miodrag Belodedici, Siniša Mihajlović e Vladimir Jugović, gli ultimi due, poi, diventati suoi compagni di squadra, nella Sampdoria di Sven-Göran Eriksson, ma anche di Ruud Gullit e David Platt… Ma quanti campioni hanno vestito il blucerchiato?

Nessuno, con più “garra” di Vierchowod, che – spiace dirlo – non ha avuto  da Bearzot, né da Vicini, né tanto meno da Sacchi, le maglie azzurre che avrebbe meritato durante la lunga carriera, perché 45 presenze in Nazionale, sono poche per il miglior difensore che abbia mai calcato i campi della Serie A, come spesso testimoniato da Van Basten e Maradona, ma anche toccato con mano dai vari Paolo Rossi, Roberto Pruzzo, Careca, Weah, Zico, Sócrates, Rummenigge, Völler, Klinsmann, Skuhravý, Ševčenko, Bokšić, Batistuta, Ronaldo il Fenomeno, solo per citarne alcuni…

Lo ha fatto esordire in Nazionale, Enzo  Bearzot, contro l’Olanda, nel gennaio dell’81, a Montevideo, in un ‘Mundialito’ e solo un infortunio alla caviglia dello Zar, spianò la strada allo zio Bergomi, nei vittoriosi Mondiali spagnoli, mentre fu titolare inamovibile in quelli successivi, ma meno fortunati, in Messico.

Dopo quattro anni di assenza dalla Nazionale, Azelio Vicini lo convoca per i Mondiali del ‘90, in Italia, ma gli concede solo due subentri ed un posto da titolare quando è ormai troppo tardi: la finalina per il terzo posto, contro l’Inghilterra. Chiuderà con l’azzurro, nel 1993 (dodici anni dopo l’esordio), in una partita di qualificazione ai Campionati del Mondo statunitensi, cui non partecipò per sua scelta (disse di no ad Arrigo Sacchi, non gradendo  – giustamente –  i panni di panchinaro, che in teoria gli sarebbero stati riservati… Peccato, perché un infortunio, di Franco Baresi, gli avrebbe invece consentito di rivestire il ruolo di primattore…

Veloce (faceva i cento metri in meno di 11 secondi), arcigno e perfetto nella marcatura a uomo (come il mitico Tarcisio Burgnich), sfruttando il suo strapotere fisico, lo spiccato senso dell’anticipo ed notevole stacco aereo, Vierchowod aveva infatti saputo adeguarsi anche all’arrivo della zona, pur senza disdegnare le improvvise sortite offensive, che gli hanno fruttato 38 reti in Serie A, di cui 25 nel Doria.

Grazie Pietro, a te ed agli altri, per quella decisione di restare a Genova, finché non avreste vinto lo scudetto e pazienza se per lenire la ferita di Wembley, tu, Vialli e Lombardo (con l’aggiunta di Jugović), abbiate dovuto gioire in bianconero, nella finale di Champions, vinta ai rigori, contro i lancieri dell’Ajax

Nel tuo personale palmarès blucerchiato restano quattro Coppe Italia, una SuperCoppa Italiana,  una Coppa delle Coppe ed un indimenticabile scudetto., mentre noi ti aspettiamo ancora sui campi di calcio, ad insegnare come si marca un attaccante… uomo contro uomo, come solo tu, sapevi fare…

 

Della stessa serie “Album dei ricordi blucerchiati”

 

Bruno Mora, l’ala perfetta

 Trevor Francis, “the striker”

 Ruud Gullit , “Cervo che esce di foresta”

 Nacka Skoglund, il re del tunnel

 Toninho Cerezo, samba scudetto

 Graeme Souness, “Charlie Champagne”

 Aleksei Mikhailichenko, la stella dell’Est

 Sebastián Verón, “La Brujita”

 Luisito Suárez, “El arquitecto” dei primi anni ’70

 Tito Cucchiaroni, una leggenda nella storia della Samp

 Ernst Ocwirk, il faro del Prater

 Giancarlo Salvi, il “golden boy” di Dego

 José Ricardo “China” da Silva, il goleador brasileiro

 Srecko Katanec, la gazzella slovena

 Jorge Toro, dalle Ande agli Appennini Liguri

 Luca Vialli, il bomber

 Eddie Firmani, il “tacchino freddo”

 Ermanno Cristin, il “Nordahlino” di Marassi

 Sergio Brighenti, il capocannoniere

 Roberto Vieri, la fantasia al potere

 Mario Frustalupi, il piccolo grande” regista

 Gaudenzio Bernasconi, l’orsacchiotto

 Fausto Pari, una vita da mediano

 Giovanni Invernizzi, la classe operaia in paradiso

 Walter Zenga, l’uomo ragno

 Giovanni Lodetti, da “basleta” a “baciccia”

 Attilio Lombardo, il “Popeye”

 Valter Alfredo Novellino, il Monzon della panchina

 Alessandro, “il conquistatore” Scanziani

 Enrico Nicolini, “il Netzer di Quezzi””  

 Loris Boni, il “baffo” col numero 8

 Boškov e Veselinović, gli jugoslavi

 Maryan Wisnuewski , il francese arrivato da Lens

 Giorgio Garbarini, il generale Custer

 Marco Rossinelli, fuga per la vittoria