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Dopo le feste sarà boom di smart working, a Genova si tocca l’80% negli enti pubblici

Per la maggior parte si tratta di soluzioni miste ma la tendenza appare tracciata. L'esperto: "Funzionerà se le aziende cambieranno mentalità"

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Genova. Lavorare da casa? Sì, grazie. Lo smart working continua a crescere in tempo di pandemia, e Genova e la Liguria non fanno eccezione, nel privato e soprattutto nel pubblico. Per il mese di gennaio, infatti, sono circa 1.100 su 1.450 – quasi l’80% – i dipendenti della Regione che hanno fatto domanda per prestare servizio lontano dall’ufficio e hanno avuto risposta positiva da dirigenti e direttori. Quello che succederà a febbraio dipenderà molto dall’evoluzione dell’emergenza e dalle restrizioni imposte dal Governo, ma la tendenza ormai appare tracciata e difficilmente reversibile.

A offrire un quadro parziale sulla situazione genovese era stata una ricerca condotta ad aprile dalla società Opes Mind, specializzata in consulenza aziendale e risorse umane, per conto di Confindustria su un campione di imprese ed enti stakeholders del Digital Innovation Hub, delle associazioni territoriali degli industriali e dell’Ufficio scolastico regionale.

Dal questionario era emerso che oltre il 20% degli intervistati considera l’uso degli strumenti tecnologici per comunicare a distanza un punto di forza mentre il 15,6% coglie lo smart working come un’opportunità per sviluppare nuove competenze. Tra i punti di debolezza per oltre il 22% ci sono la gestione del tempo e il bilanciamento tra vita professionale e vita privata, oltre il 14% evidenzia un disagio psicologico, il 12,4% invece non scorge alcuna minaccia.

“Questa tendenza verrà mantenuta se le aziende saranno capaci di fare un importante cambiamento – spiega Massimo Ragazzi, consulente aziendale di Opes Mind che ha curato la ricerca – e cioè se saranno in grado di adottare processi che privilegino l’autonomia delle persone, la fiducia, la delega. Abbiamo studiato il caso di una società bancaria in cui prima c’era una riunione col capo una volta alla settimana, mentre in smart working era diventata giornaliera. Se restiamo fermi al paradigma della predizione e del controllo non ne verremo a capo. Il lavoro a distanza funziona bene a queste condizioni”.

Certo, restano molti nodi da sciogliere, a partire da quello degli orari. Il fatto di non avere più un “cartellino da timbrare” crea una continua commistione tra il tempo di lavoro e il tempo libero. “A mio parere tutto questo è vero in parte – ribatte Ragazzi – perché non credo che ci siano realtà dove veramente si pretende la reperibilità in ogni momento della giornata. Lo smart working di per sé risolve molti problemi: ci si muove meno, non si resta imbottigliati in macchina, c’è maggiore flessibilità e spesso si osserva un aumento della produttività. Sempre a patto di puntare su gruppi che si autogovernano, questa è la chiave”.

A giudicare dai numeri dei lavoratori che scelgono il lavoro a distanza, i benefici in effetti sembrerebbero superiori agli aspetti negativi. Anche perché di solito si tratta di soluzioni miste. In Regione la maggioranza di chi ha optato per lo smart working raggiunge comunque l’ufficio due o tre giorni alla settimana, a seconda della quantità di presenza che richiede il tipo di attività. Circa 160 dipendenti sono autorizzati al lavoro agile 5 giorni su 5, ma questa modalità è riservata a chi ha fragilità o assiste persone con fragilità.

“In pochi giorni, in piena emergenza, sono stati messi in modalità agile oltre 1.200 lavoratori, assicurando la piena operatività dell’amministrazione – spiega l’assessora regionale al personale Simona Ferro -. Questo è stato possibile grazie al fatto che la modalità smart working era già stata attivata da novembre 2018 e grazie alla flessibilità e alla professionalità dimostrate dai dipendenti. È un patrimonio che vogliamo mantenere e la direzione sarà quella di coniugare il lavoro agile con il lavoro in presenza che non sarà abbandonato, dato che il confronto che si ha con i colleghi sul luogo di lavoro è molto importante. La sfida sarà quella di coniugare questi due modi di lavorare prendendo il meglio da entrambi”.

Meno pesanti, ma comunque significativi, i dati del Comune di Genova. Nel mese di dicembre sono stati 1.000-1.300 su 4.800 (circa il 27%) i dipendenti in smart working, mentre durante il lockdown di marzo la quota aveva superato il 50%. A fine dicembre risultavano 1.200 persone in lavoro agile ma con 1.850 in permesso o in ferie, segno che al rientro dalle feste gli uffici potrebbero essere anche più vuoti di prima.