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Bar e ristoranti, protesta a Genova: “Restiamo chiusi, siamo stufi di comprare roba e buttarla via” fotogallery

Presidio in piazza De Ferrari: "Trattati come untori, ma la gente continua a contagiarsi. Gli aiuti? Non sono mai arrivati"

Genova. “Oggi non si riapre perché non ha senso. Non c’è una logica, una strategia, una direzione. Non possiamo continuare a comprare roba e buttarla via”. Enrico Vinelli è il titolare dell’Hostaria Ducale e l’organizzatore della manifestazione spontanea che stamattina ha portato qualche decina di ristoratori, cuochi e baristi in piazza De Ferrari. Un presidio spontaneo e pacifico per incontrare la Regione e soprattutto per raccontare l’esasperazione di un settore falcidiato dai decreti anti Covid. Oggi grazie alla zona gialla i locali possono riaprire, ma molti hanno deciso comunque di restare chiusi.

Bar e ristoranti, protesta a Genova: "Restiamo chiusi, siamo stufi di comprare roba e buttarla via"

Siamo stufi di essere trattati in questo modo. Siamo aziende, non interruttori da accendere e spegnere a piacimento. Abbiamo prodotti deperibili che non si possono comprare, stivare, buttare via e ricomprare in continuazione – spiega Vinelli che ha lanciato la mobilitazione su Facebook -. Siamo stati fatti passare per gli untori d’Italia ma non lo siamo. La gente continua a infettarsi. I contagi continuano ad aumentare, ma ristoranti e bar sono chiusi da mesi. Chiediamo rigore anche nelle strade, nei supermercati, nei negozi perché altrimenti non ha senso che noi siamo chiusi”.

Le richieste sono sempre le stesse: poter lavorare in sicurezza grazie ai protocolli già sperimentati e ottenere gli aiuti che sono stati promessi e non sono mai arrivati. “Siamo alla canna del gas. Se non si svegliano andiamo tutti per cartoni – dice senza mezzi termini Roberto Maone, direttore di Punta Tre Pini a Quarto -. La cassa integrazione non arriva da novembre. Servono fondi e il blocco immediato di tutte le utenze, degli affitti e dei mutui”. Oggi il locale resta chiuso, anche perché con l’asporto non si lavoro. “Chi si comprerebbe un fritto misto da asporto? Ma come si fa a riaprire a intermittenza? Non facciamo in tempo a fare la spesa che buttiamo via la roba, ma non gliene frega niente a nessuno”.

“Il fuoco aiuta il cuoco“, recita il cartello di Matteo, cuoco disoccupato perché il locale dove lavorava ha dovuto chiudere. “È una scritta ironica, questa è la candela della speranza”, racconta ai nostri microfoni. “Non abbiamo certezze, veniamo avvisati una giornata prima, il nostro lavoro ormai è diventato stare attenti ai decreti – incalza Alessandro Dentone, presente per l’associazione che li rappresenta tutti -. Abbiamo fatto sacrifici, ma con le chiusure di Natale sembra ormai comprovato che non sono i ristoranti a portare il contagio. La Liguria ha 6mila ristoranti tra autonomi e hotel più il comparto catering. È una perdita che arriverà intorno ai 30 milioni di euro facendo una stima. Molti non riusciranno ad aprire mai più. Inoltre nei ristori non sono state prese in considerazione le nuove attività. Chi ha aperto nel 2019, e io sono un caso di quelli, non ha avuto un euro.

Le ripercussioni vanno anche ben oltre la ristorazione in senso stretto. “Non potevo non essere in piazza anch’io, qui è presente l’85% del mio fatturato – sottolinea Paolo Revello, agente di commercio -. Non si può programmare nulla, è impossibile organizzare il lavoro. Nessuno nega i problemi di salute, ma bisognerebbe che le istituzioni capissero che il settore del turismo, dell’accoglienza e della ristorazione è basilare per l’economia italiana e andrebbe aiutato di più, non solo a livello di assistenza. L’unica soluzione è aprire in sicurezza: io non mi sono mai sentito insicuro a un tavolo di ristorante mentre in altre situazioni non c’è alcun rispetto delle regole”.