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Un infermiere genovese a Londra: “Non torno da un anno per non contagiare i miei genitori”

Il racconto di Claudio Rezzoagli, 29 anni: "Qui la situazione è critica, non ci sono più posti letto. Non me la sarei sentita di viaggiare"

Genova. “No, quest’anno non sarei comunque tornato per le feste. È stata una scelta personale vedendo che cosa è successo, la situazione in ospedale, come si comportava la gente. Non mi sono permesso di muovermi”.

In mezzo alle tante storie di liguri bloccati in Gran Bretagna o tornati con gli ultimi voli disponibili c’è quella di Claudio Rezzoagli, 29enne originario della val Fontanabuona che da cinque anni lavora come infermiere al Queen’s Hospital di Romford, sobborgo nel nord-est di Londra. Lui non è rimasto “prigioniero” del nuovo lockdown dopo la scoperta della nuova variante. Semplicemente perché aveva già deciso di restare in Inghilterra rinunciando a vedere la famiglia a Natale.

Mia madre ha il sistema immunitario molto basso, prende varie medicine. Non me la sono sentita – ci racconta -. Altri miei colleghi hanno fatto diversamente. Io ho preso alla lettera il consiglio di ridurre i viaggi. L’ultima volta che sono venuto in Italia era lo scorso gennaio“. Quasi un anno senza vedere i genitori, residenti a Cichero, ai piedi del monte Ramaceto nel comune di San Colombano Certenoli. E chissà per quanto ancora, almeno finché non saranno consolidati gli effetti del vaccino in cui tutti ripongono le proprie speranze.

E gli altri, quelli che si sono affrettati a lasciare il Regno Unito prima che fossero sospesi tutti i collegamenti? “Non mi piace giudicare chi si lamenta, chi è disperato. Conosco italiani che sono scappati in patria all’inizio dell’emergenza e non sono mai più tornati qui, erano quelli abituati a volare almeno una volta al mese, qualcuno addirittura una volta alla settimana. Io tornavo ogni due o tre mesi. Certo, ci soffro anch’io ma bisogna andare avanti. L’unica cosa che mi dà fastidio è non potermi muovere in caso di necessità”.

Claudio Rezzoagli lavora in un reparto di medicina specialistica all’interno di un ospedale gestito dal servizio sanitario nazionale. “Qui facciamo biopsie, trombectomie, mettiamo cateteri e drenaggi, abbiamo pazienti colpiti da ictus”. Non è una clinica di malattie infettive, ma il Covid c’è lo stesso e lo scenario è grave.

La situazione è critica – conferma Claudio -. I posti letto sono pochissimi, nello staff molte persone si sono ammalate. In partenza eravamo messi meglio che in Italia, ora con l’esplosione dei contagi tanti infermieri sono andati in esaurimento. C’è una sofferenza enorme, i numeri sono da capogiro. L’azienda sanitaria ha convertito in reparti Covid tutte le attività elettive, il personale si è spostato dalle sale operatorie alle terapie intensive. I pazienti non sappiamo più dove metterli”. Si lavora con l’acqua alla gola. “Per ora io sto bene, speriamo”.

E la nuova variante che ha già terrorizzato il mondo non fa paura in un ospedale nel nord-est di Londra, una delle zone più colpite dal virus già nei mesi scorsi? “Da noi non se n’è parlato molto. Quando si è diffusa la notizia nessuno si è disperato. La mentalità inglese è molto keep calm and carry on, siamo fiduciosi che il vaccino sia efficace anche contro il ceppo nuovo”.

Del resto si tratta solo dell’ultimo colpo di scena in una gestione che ha mostrato luci e ombre. “Di sicuro c’è stata molta confusione – ammette Claudio -. Londra poi funziona come una nazione a parte, la gente vive ammassata, si usano molto i mezzi pubblici, se vai in negozio stanno tutti ammucchiati. Il governo fa quello che può, almeno ha avuto tecnici decenti. Per approvare il vaccino hanno saltato molti passaggi burocratici e per me è un fatto positivo. Anche qui hanno parlato molto di economia, e si sono visti i risultati. Si poteva fare meglio”.

E così quest’anno, vista anche l’emergenza sanitaria che obbliga gli infermieri a farsi in quattro, Claudio passerà il Natale in corsia anziché con la propria famiglia in Liguria. Una lontananza sofferta ma necessaria che, per ironia della sorte, anticipa ed esacerba le possibili conseguenze nefaste di una Brexit che renderà la vita più difficile a migliaia di connazionali nel Regno Unito. Ma tornare a lavorare in patria? “Qui ho avuto un’offerta subito dopo la laurea e non ci ho pensato due volte. Ho provato a ripropormi in Italia, ma quando dai un numero di telefono inglese poi è difficile che ti richiamino. Almeno, così mi hanno detto”.