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Natale in zona rossa? I ristoratori genovesi: “Ora basta, lasciateci lavorare o risarciteci al 100%”

Fipe Confcommercio: "Non siamo luoghi a rischio contagio, non possiamo essere il capro espiatorio"

Genova. “Ora basta. Lasciateci lavorare con certezze e in sicurezza, altrimenti ristorateci al 100%“. Esplode la rabbia dei ristoratori genovesi mentre si attende la decisione del governo sulle ulteriori misure restrittive per Natale e Capodanno. Due le ipotesi sul tavolo per la “zona rossa” dal 24 dicembre al 6 gennaio, probabilmente con alcuni giorni di tregua, ma entrambe prevedono la chiusura di negozi, bar e ristoranti.

“Con grande senso di responsabilità, i nostri esercizi si sono preparati a riaprire attenendosi ai rigorosi adempimenti previsti dai protocolli sanitari messi a punto dal comitato tecnico scientifico e dall’Inail – spiega la Fipe Confcommercio in una nota – distanziamento dei tavoli con riduzione dei clienti, registrazione delle prenotazioni, mascherine, gel igienizzanti, menu digitali, plastificati o monouso, cartelli informativi in ogni angolo dei locali, prodotti monodose Gli esercenti hanno anche avuto un ulteriore esborso economico per i dehors esterni, nella consapevolezza che, all’aria aperta, i clienti si sarebbero sentiti più sicuri e tranquilli”.

Invece, ora, un nuovo lockdown si profila all’orizzonte. “Un fatto che ha più un valore simbolico che reale per l’economia disastrata delle nostre imprese, ma sul quale non rinunciamo a dire che sarebbe una misura illogica”.

I ristoranti e i bar, secondo i loro gestori, non sono tra i luoghi più pericolosi per eventuali contagi. “A dirlo non siamo noi, ma i dati dell’Istituto superiore di sanità sull’andamento dei contagi e quelli del ministero dell’interno sui controlli, secondo cui dall’inizio della pandemia, su oltre 6,5 milioni di controlli effettuati nel complesso delle attività commerciali, ristorazione compresa, solo lo 0,18% ha subito una sanzione. Le attività di pubblico esercizio sono sicure se garantiscono le giuste regole e attuano i protocolli sanitari loro assegnati”.

Restrizioni che già “hanno proiettato nell’opinione pubblica un’immagine distorta delle nostre attività”, facendo perdere a molti esercenti “il valore di avviamenti costruiti negli anni. Non possiamo essere il capro espiatorio di chi non è riuscito a governare una pandemia che, ormai, insiste da un anno e della quale, al di là di tutti i proclami, non si ha comunque percezione di quando finirà. Comunque, con grande senso di responsabilità, abbiamo cercato di mantenere inalterato anche il livello di occupazione ma, a questo punto, ci domandiamo chi tutelerà tutte le famiglie che vivono di questo lavoro”.

Gli aderenti alla Fipe Confcommercio rilanciano: “Siamo disponibili ad adoperarci per sottoporci a protocolli maggiori più severi e certificati per noi e per i nostri dipendenti“, Tra le proposte, l’esecuzione di tamponi in un drive through gestito da Confcommercio Salute e la certificazione dei protocolli applicati da parte di un ente esterno.

“Ma dobbiamo avere la certezza di poter lavorare, è anche l’incertezza che uccide le nostre imprese – è il grido di dolore della categoria -. Rispetto agli altri Paesi europei le nostre attività, facendo due conti, hanno avuto un ristoro pari a nemmeno il 5% del loro fatturato. Inoltre, ci siamo dovuti scontrare con montagne di burocrazia per avere delle briciole. Se, invece, davvero il governo pensa sia più prudente chiudere i nostri locali, proceda pure in tal senso, ma ci ristori al 100% e immediatamente. Altrimenti ci lasci lavorare in sicurezza come abbiamo sempre fatto”.