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Morto in cella ad Albenga, anche la Comunità di San Benedetto chiede verità per Emanuel

Intanto la Procura di Savona valuta apertura fascicolo per violazione del segreto

Liguria. “Nella notte tra il 4 e il 5 dicembre, o forse al mattino del 5 dicembre, è deceduto un ragazzo di 33 anni, Emanuel Scalabrin, in una cella di sicurezza della Caserma dei Carabinieri di Albenga. Forse, perché in questa terribile vicenda non si è neppure in grado di conoscere il momento in cui è avvenuta la sua morte”. Inizia così il lungo post dell’associazione genovese – fondata da don Andrea Gallo – “Comunità San Benedetto al Porto” sulla tragedia verificatasi ad Albenga dieci giorni fa.

Un messaggio, quello pubblicato sulla pagina Facebook dell’associazione e sul sito web, destinato a fare rumore. In più passaggi infatti, in maniera più o meno velata, l’associazione genovese mette pesantemente in dubbio l’operato dei carabinieri e dei medici. Parlando di segni sul corpo della vittima, riferendo di telecamere non funzionanti, o suggerendo un approccio eccessivamente frettoloso da parte dei medici. Parole che evocano alla mente il “caso Cucchi” ma non facilmente conciliabili con quanto emerso finora e quindi, ovviamente, tutte da dimostrare.

In ogni caso il messaggio non è passato inosservato, nemmeno agli occhi della Procura: il post contiene diverse informazioni (oltre a quelle già citate ce ne sono altre, ad esempio le modalità di irruzione nell’alloggio durante l’arresto) coperte dal segreto istruttorio, e per questo il pm savonese Chiara Venturi sta vagliando in queste ore la possibilità di aprire un fascicolo contro ignoti proprio per contestare la violazione del segreto.

L’ARRESTO

L’arresto di Emanuele Scalabrin è avvenuto il 4 dicembre scorso nell’ambito di un’operazione antidroga a cui hanno preso parte i carabinieri della Compagnia di Albenga. Il blitz, scattato a Ceriale, ha portato all’arresto anche di una donna di 37 anni colta (insieme a Scalabrin) a cedere 80 grammi di eroina ad un 47enne di Savona.

Secondo la Comunità San Benedetto Scalabrin “viene trascinato all’interno della casa fino alla camera da letto e qui gettato sul materasso dove viene colpito in ogni parte del corpo torace, addome, schiena, viso ed estremità. Emanuel urla e chiede aiuto, dice che non riesce a respirare mentre Giulia la sua compagna implora i carabinieri del nucleo di Albenga di fermarsi”. Secondo il racconto dei militari, invece, il 33enne albenganese avrebbe provato a scappare colpendo i carabinieri con calci e pugni, salvo poi essere bloccato.

Le tre persone coinvolte sono poi state trasportate in caserma per i primi accertamenti. Nella notte tra il 4 e il 5 dicembre, mentre si trovava nella sua cella in attesa di essere trasferito nel carcere di Genova, Emanuele Scalabrin è deceduto nel sonno.

I PRIMI DUBBI: “SEGNI SUL CORPO”. MA L’AUTOPSIA SMENTIREBBE

L’associazione fondata da don Andrea Gallo attraverso i social avanza diversi dubbi. “In questa terribile vicenda non si è neppure in grado di conoscere il momento in cui è avvenuta la sua morte – si legge nel post – Molti sono i segni sul cadavere, che dovranno trovare una spiegazione, macchie ipostatiche? In varie parti del corpo? Sia sul viso che sul corpo? Sia nella parte anteriore sia nella parte posteriore del corpo?”.

Le prime risultanze dell’autopsia, disposta subito dopo la morte del 33enne ingauno, sembrerebbero però non lasciare dubbi: Scalabrin sarebbe morto “per cause naturali”, un arresto cardiocircolatorio. E il suo corpo non riporterebbe alcun segno di violenza. Una versione confermata ai giornali anche dal perito di parte nominato dalla famiglia. Proprio per escludere un “nuovo caso Cucchi”, inoltre, il pm Chiara Venturi appena giunto sul posto ha immediatamente chiesto non solo una ispezione del corpo al medico legale, ma anche un confronto con il fotosegnalamento con l’obiettivo di rilevare eventuali ecchimosi successive all’arresto.

Per avere l’esito ufficiale dell’autopsia, comunque, occorreranno circa 60 giorni dato che il magistrato ha disposto anche l’esame tossicologico. L’obiettivo della Procura, infatti, è quello di fare completamente luce sulla vicenda, stabilendo con esattezza cosa può aver provocato l’arresto cardiocircolatorio.

LE TELECAMERE

L’associazione poi fa sapere che “non è stato possibile stabilire il momento della morte, in quanto il sistema DVR era non funzionante, e quindi non era in realtà possibile monitorare lo stato di salute dei detenuti”. Il riferimento è all’impianto video che monitora la camera di sicurezza della caserma di Albenga. La Procura, però, pur confermando la presenza della telecamera, non conferma che che fosse “non funzionante”.

La Comunità, parlando di DVR (una sigla che indica un videoregistratore digitale), sembra in realtà riferirsi all’assenza di una registrazione dell’accaduto. L’impianto, però, come in molti scenari simili, potrebbe essere stato progettato senza alcun dispositivo del genere: in questi casi la telecamera trasmette le immagini “live” su un monitor a disposizione del piantone, senza alcun collegamento con hard disk o altri tipi di memoria. L’impianto, insomma, potrebbe essere semplicemente non predisposto alla registrazione.

LA VISITA AL PRONTO SOCCORSO

Un altro punto controverso secondo la Comunità San Benedetto. Verso sera viene chiamata la guardia medica “perché Emanuel non stava bene e presentava sintomi morbosi. Dopo una visita di un’ora, la Guardia Medica chiede ai carabinieri che egli venga trasferito al pronto soccorso di Pietra per accertamenti sulle condizioni cliniche, avendo verificato che aveva la pressione alta e tachicardia. Qui la visita, se così si può dire, dura… 5 minuti, compreso il tempo di compilare la cartella clinica del paziente”.

Su questo dovrà fare luce la Procura. Per ora si sa soltanto che Scalabrin accusava sintomi legati a una crisi di astinenza, e per questo si è recato in ospedale portando con sé una ricetta per avere del metadone. Un dettaglio che potrebbe spiegare la brevità della visita. Le indagini punteranno ad approfondire l’accaduto e valutare se l’uomo abbia o meno riferito altri sintomi ai medici.

L’INTERROGAZIONE AL MINISTRO DELL’INTERNO

“Le circostanze della morte di Emanuel devono essere chiarite e non si può lasciar cadere il silenzio su questo susseguirsi di violazioni di diritti e incongruenze. Per questo motivo abbiamo chiesto che venga sottoposta un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese”. Il lungo post dall’associazione genovese si conclude così, con un appello alle istituzioni che – in poche ore – ha già portato il caso savonese al centro delle cronache nazionali.