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Vaccino anti Covid, Icardi: “Sarà la svolta, oggi combattiamo il virus a mani nude”

L'epidemiologo del San Martino: "Ci sono un centinaio di sperimentazioni in atto e almeno una decina in fase 3, l'euforia non è ingiustificata"

Genova. “In una situazione di recrudescenza dell’epidemia dove abbiamo una circolazione virale di questo tipo, l’euforia per il fatto di avere un vaccino contro il Covid e poter pensare di fare prevenzione primaria ci sta tutta, poi è sempre bene essere cauti ma bisogna tenere conto che, al momento, stiamo combattendo il virus con armi da inizio del secolo scorso, praticamente a mani nude, i vaccini possono davvero rappresentare la svolta”.

A parlare è Giancarlo Icardi, direttore del dipartimento di Igiene dell’ospedale Policlinico San Martino di Genova. E’ a lui che abbiamo rivolto le domande che chi non ha una laurea in medicina oggi, alla luce delle notizie relative al vaccino Covid del colosso farmaceutico americano Pfizer, si pone con insistenza: sarà un vaccino sicuro? chi lo potrà fare per primo? quando? come sarà distribuito? ma soprattutto, sarà l’unico?

Ovviamente no, se partiamo dall’ultima domanda. “I vaccini in sperimentazione oggi sono un centinaio, di cui una decina in fase 3, ovvero la più avanzata, abbiamo tantissimi trial in itinere – spiega Icardi – e sono relativi a vaccini di diverso tipo”. Quello di Pfizer-Biontech è molto “innovativo”, ha “un approccio del tutto nuovo – continua il professore – ed è anche per questo che la comunità scientifica e non solo lo guarda con particolare entusiasmo”.

Il vaccino contro il Covid di Pfizer-Biontech – 50 milioni di dosi pronte entro l’anno – è definito a Rna-messaggero ed è la prima volta che si utilizza questa tecnologia per un coronavirus. Si tratta di iniettare dei frammenti di Rna-messaggero con le informazioni per produrre la glicoproteina Spike (S), ovvero l’antigene utilizzato dal virus per prendere di mira le cellule bersaglio. Il funzionamento di questo vaccino prevede che le nostre cellule leggano tale informazione e producano esse stessi gli antigeni. Praticamente si tratta di un’infezione simulata che “inganna” il virus stimolando solo la produzione degli anticorpi che garantiscono l’immunità. Pfizer ha dichiarato che all’attuale fase di sperimentazione il vaccino funziona nel 90% dei casi: una percentuale altissima.

Ma ci sono altri studi su vaccini molto promettenti e che permetterebbero di avere sul mercato, a partire dal prossimo anno, un maggior numero di dosi e diverse tecnologie. “Come succede nel caso del vaccino anti-influenzale esistono diverse case di produzione ed è possibile utilizzarne una tipologia o un’altra a seconda della sensibilità del soggetto”.

Ciò che è interessante e che non deve fare pensare a una bolla mediatica è che se un vaccino ha passato le fasi 1 e 2 significa già, e non solo in teoria, che è sicuro. In sostanza, la fase 1, condotta su un piccolo numero di volontari sani, deve dare risposte sulla sicurezza e sulla tollerabilità da parte di chi vi si sottopone; la 2 su un numero più vasto di persone, deve dare le prime risposte sugli effetti e la 3, su numeri molto grandi, deve dare le risposte sull’efficacia.

Seqirus, Astra Zeneca/Oxford, almeno tre vaccini cinesi (tra cui il Sinovac, per ora sospeso) sono altre realtà con un vaccino in fase 3. Nei primi due casi sono stati utilizzati approcci più tradizionali o che si rifanno a know how già noti come quelli sui vaccini anti-influenzali o contro malattie contro l’Ebola. “Quello che per adesso sembra accomunare tutti i vaccini in stato di sperimentazione più avanzata è il fatto che abbiano una somministrazione intramuscolare e in due fasi, quindi da un punto di vista operativo saranno equivalenti”, spiega il professor Icardi.

A proposito di operatività, Giancarlo Icardi non è troppo preoccupato dalle questioni pratiche. “Si è parlato molto del fatto che il vaccino Pfizer debba restare a -80 gradi ma noi lavoriamo già con prodotti che devono essere congelati a temperature estremamente basse, si troverà il modo”.

Sul piano di vaccinazione a priorità professionale, ovvero sulla possibilità che i primi a essere vaccinati siano medici e operatori sanitari, Icardi preferisce non sbilanciarsi. “Non è detto che sia così e che invece le prime dosi non vengano utilizzate su soggetti maggiormente a rischio, malati cronici, anziani fragili, sicuramente serviranno valutazioni molto diverse anche tra Paese e Paese, a seconda delle situazioni socioeconomiche e sanitarie”.