Genova24 - Genova: notizie in tempo reale. Cronaca, Sampdoria, Genoa, Politica, Economia, Sport ...

Le rubriche di Genova24 - Persone, risorse e ambiente

Informazione Pubblicitaria

Le 3 ‘i’ del progresso che verrà: imprese, innovazione, infrastrutture

Il punto sull’attuazione dell’Obiettivo 9, i ritardi dell’Italia e l’occasione dei fondi straordinari europei

Più informazioni su

L’industrializzazione sostenibile prima via per la crescita
Se il punto 8 dell’Agenda 2030 fissa l’obiettivo di una crescita economica duratura, purché inclusiva e sostenibile, il Goal 9 enuncia le parole d’ordine dello sviluppo che verrà: imprese, innovazione, infrastrutture. E pone i paletti per la strada da seguire: favorire una industrializzazione diffusa e sostenibile, promuovere l’innovazione e lo sviluppo tecnologico, realizzare infrastrutture resilienti. Elementi tra loro strettamente correlati e in grado di generare uno stabile progresso economico e sociale.

Lo sviluppo industriale è infatti riconosciuto quale principale fonte di generazione di reddito, in quanto moltiplica le opportunità di lavoro e permette un aumento rapido e diffuso del tenore di vita delle persone. Inoltre, nel caso di un auspicato sempre più massiccio ricorso alle nuove tecnologie, rende possibile coniugare la crescita con la salvaguardia ambientale.

Le piccole e medie imprese manifatturiere, moltiplicatrici di sviluppo
Specificamente l’industria manifatturiera rappresenta una delle principali fonti di impiego dirette per la popolazione mondiale, fornendo circa mezzo miliardo di posti di lavoro.

Ma, oltre a questo, è da considerare il suo impatto fortemente positivo sulla società in quanto si caratterizza quale efficace ‘moltiplicatore’ di attività economiche, consentendo la creazione di opportunità di reddito e lavoro in altri settori. È stato infatti calcolato che ogni posto di lavoro nell’industria manifatturiera genera 2,2 impieghi in altri comparti.

Va in ogni caso sottolineato come le piccole e medie imprese attive nel settore della manifattura e della lavorazione costituiscano oltre il 90% delle imprese a livello mondiale, e siano responsabili per circa il 50-60% degli impieghi.

I settori industriali ad alta potenzialità per i Paesi in via di sviluppo
Tali considerazioni rivestono particolare importanza per i Paesi in via di sviluppo, i quali presentano potenzialità di crescita industriale soprattutto per i comparti manifatturieri più ‘maturi’ per il ricco Occidente, quali ad esempio i settori dell’agroalimentare, del tessile e dell’abbigliamento.

Per comprendere tali potenzialità si prenda ad esempio il comparto agroalimentare: nei Paesi più arretrati quasi il 30% della produzione agricola viene sottoposta a lavorazione mentre nei Paesi ad alto reddito ne viene lavorato il 98%.

Va rimarcato come, a livello planetario, un altro settore ad altissima potenzialità sia quello delle energie rinnovabili: in base ai dati disponibili, il numero di persone impiegate in questo comparto si aggira attualmente sui 2,3 milioni.

Secondo le Nazioni Unite, dato il crescente interesse per le fonti alternative, il livello di impiego nel settore delle rinnovabili si potrebbe attestare intorno ai 20 milioni di posti di lavoro entro il 2030.

Senza tecnologia e innovazione non vi può essere industrializzazione
Il tema delle fonti energetiche rinnovabili introduce alcuni delle componenti strategiche di processi di industrializzazione su scala planetaria improntati alla responsabilità e alla sostenibilità.

Se è vero infatti che senza industrializzazione non vi può essere duraturo sviluppo, è altrettanto fondato affermare che senza tecnologia e innovazione non è praticabile l’industrializzazione. L’innovazione e la tecnologia si caratterizzano quali irrinunciabili presupposti sia perché costituiscono necessari elementi di competitività per le imprese che in quanto rappresentano fattori indispensabili per coniugare crescita economica e salvaguardia ambientale.

Solo infatti grazie al progresso tecnologico si possono riconfigurare in modo sostenibile le industrie, raggiungendo obiettivi quali la sempre maggiore efficienza energetica e il progressivo azzeramento delle emissioni nocive, creando contestualmente le condizioni perché questa rimodulazione non solo non precluda ma anzi favorisca la produttività e la redditività aziendale.

La ricerca, punto di partenza dell’innovazione tecnologica
Ma l’innovazione è il risultato, il punto di arrivo delle attività di ricerca e sperimentazione tecnico-scientifica.

L’investimento nelle attività di ricerca e sviluppo è ormai universalmente riconosciuto quale uno degli elementi discriminanti nei trend che anticipano gli asset futuri non solo delle imprese ma di intere nazioni: se vuoi davvero investire sul futuro devi incoraggiare le innovazioni e quindi aumentare la ricerca tecnica e scientifica.

Si tratta di assunti che trovano evidenza nei dati riferiti al parametro di riferimento più comunemente utilizzato, il Prodotto interno lordo (Pil): nel mondo pre-Covid 19 la spesa globale in ricerca e sviluppo in proporzione al Pil si è attestata intorno all’1,7%, ma bisogna tuttavia considerare che queste cifre nascondono forti disparità, passando dal 2,4% nei Paesi sviluppati all’1,2% nei Paesi in via di sviluppo, ad appena lo 0,3% nei Paesi più arretrati.

Una proporzionalità assolutamente non casuale, che si riversa completamente sulla qualità dello sviluppo all’interno dei sistemi economici.

A livello mondiale infatti le aziende che utilizzano tecnologie avanzate sono passate dal 40,5% nel 2000 al 44,7% nel 2016, un progresso costante che però ancora una volta cela enormi differenze regionali: nell’Asia orientale e sudorientale, in Europa e nel Nord America quasi la metà del valore dei sistemi economici proviene da settori ad alta tecnologia. Invece nell’Africa sub-sahariana questo indice corrisponde solo al 14,9%.

Le infrastrutture, irrinunciabile fattore di progresso
Parimenti, oltre alla industrializzazione sostenibile e all’innovazione tecnologica, per dare gambe a una strategia duratura di progresso è necessario fare leva sulle infrastrutture, ovvero sulle reti che garantiscono dignità di vita alle persone, alimentano e innervano i sistemi economici, consentono la mobilità di uomini e merci, favoriscono le comunicazioni.

Bisogna partire da quelle di base, per nulla scontate ancora in tante parti del pianeta: strade, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, servizi igienico-sanitari, energia elettrica e acqua.

A questo proposito, a testimonianza delle condizioni di arretratezza in cui ancora versa circa un terzo del pianeta, si consideri che allo stato attuale 2,6 miliardi di persone non usufruiscono con continuità dei servizi di elettricità, 1,5 miliardi non può contare su una rete telefonica affidabile e addirittura più della metà (4 miliardi) della popolazione mondiale non ha ancora accesso a Internet.

Così come va ricordato che circa 2,4 miliardi di persone nel mondo non dispongono di dignitosi servizi igienico-sanitari e oltre 700 milioni di persone, di cui molte di centinaia di milioni si trovano in Africa subsahariana e Asia meridionale, non hanno ancora diritto all’acqua potabile.

Si tratta di condizioni che pesano come macigni sulle possibilità di sviluppo di vaste aree del pianeta.

L’importanza delle infrastrutture: l’esempio del gap della Rete
Uno degli esempi più attuali della disparità di sviluppo nelle varie aree del pianeta è dato proprio dalla abissale differenza di opportunità di accesso alla principale infrastruttura telematica di cui disponiamo: il Web.

Secondo il rapporto ONU “Fast-forward progress: leveraging tech to achieve the global goals” se tutti avessero accesso uguale accesso a Internet si potrebbero raggiungere prima e molto più facilmente tutti i 17 goal dell’Agenda 2030.

E il dato dei 4 miliardi di persone che non dispongono della Rete è tanto più grave se si tiene conto che vi sarebbero le condizioni di base perché questo gap possa essere superato. È stato infatti valutato che il 96 per cento della popolazione mondiale vive entro il raggio di un segnale mobile e teoricamente il 90% delle persone potrebbe dunque accedere a Internet.

Le conseguenze del gap dell’accesso alle tecnologie della comunicazione e dell’informazione sono particolarmente evidenti alla luce dell’emergenza sanitaria globale in atto. L’attuazione di alcuni progetti avviati dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) ha dimostrato infatti come grazie alle infrastrutture di comunicazione (e dotazioni quali tablet, smartphone e software dedicati) in alcuni Paesi africani è stato possibile ridurre di circa il 20% i decessi dovuti a malattie endemiche quali la malaria.

Il ritardo dell’Italia e l’occasione dei fondi straordinari europei
Secondo il Rapporto ASviS 2020 sul Goal 9, l’Italia ha dato negli ultimi anni segnali di miglioramento nel campo dell’innovazione e dello sviluppo delle infrastrutture, anche se, come per altri Obiettivi dell’Agenda, l’indicatore messo a punto dall’organismo di monitoraggio mostra una tendenza al ribasso soprattutto a causa degli effetti della pandemia in corso.

In particolar modo, va rimarcato come aumentino gli indicatori relativi alla diffusione della banda larga tra le famiglie, al tasso di ricercatori per 10mila abitanti e alla specializzazione produttiva nei settori ad alta tecnologia.

Si sottolinea però come manchino interventi integrati e di lungo periodo sulle infrastrutture digitali e non vi sia ancora compiutamente il supporto di una politica economica coerente impegnata nella realizzazione dell’Agenda 2030.

Anche per il capitolo decisivo degli investimenti nella ricerca il quadro è in chiaroscuro.
Il report dell’Istat su Ricerca e sviluppo in Italia (2017-2019) segnala un trend di per sé positivo: gli investimenti complessivi sono aumentati del 2,7%, raggiungendo i 23,8 miliardi di euro.

Ma l’analisi comparata delle cifre indica che in Italia si continua a spendere troppo poco per l’innovazione. Infatti i 23,8 miliardi di euro corrispondono all’1,37% del PIL, rispetto a una media della zona euro del 2,12% e a un target fissato dalla Strategia Europa 2020 del 3%.

Per un Paese economicamente avanzato come il nostro, una ripresa della crescita economica dopo anni di stagnazione non può prescindere da un investimento sulla ricerca e l’innovazione. E la disponibilità di risorse europee per programmare la risalita dopo lo tsunami Covid-19 rappresenterà, anche e soprattutto in questo ambito, una occasione che l’Italia non può permettersi di perdere.

Gli investimenti di Coopservice in ricerca e innovazione
Coopservice, coerentemente con la concezione della ‘conoscenza’ quale principale fattore di sviluppo e asset aziendale che fa la differenza in termini di efficienza e competitività sul mercato, ha posto l’innovazione come pilastro del piano strategico 2018-2022, riconoscendola come elemento distintivo della propria offerta di servizi integrati.

In seguito al forte commitment aziendale è stata definita una specifica funzione organizzativa per garantire un efficace e continuativo presidio nonché per instaurare e diffondere una vera e propria cultura dell’innovazione a tutti i livelli.

Alla funzione è stata affiancato un “board innovazione” nel quale sono coinvolte attivamente risorse appartenenti alle funzioni di staff, tra cui i sistemi informativi, e alle linee operative, con team specifici per ogni linea di servizi.

Tra i diversi programmi posti in atto rientrano i numerosi progetti di integrazione della tecnologia IoT (Internet of Things), implementati per massimizzare la capacità di raccolta e di utilizzo dei dati da una moltitudine di sorgenti (prodotti industriali, sistemi di fabbrica, veicoli di trasporto) a vantaggio di una maggiore digitalizzazione e automazione dei processi, nonché della facoltà di sfruttare machine learning e intelligenza artificiale per creare nuovi servizi a valore per clienti e utenti. Così come va evidenziato lo sviluppo di applicazioni di realtà virtuale per riprodurre ambienti reali nei servizi tecnici e manutentivi.

Adottando l’approccio dell’open innovation, fondato sugli apporti esterni, Coopservice ha consolidato rapporti di collaborazione per progetti di ricerca, di partnership e tirocini formativi con alcune delle più prestigiose università italiane, in particolare l’Università di Modena e Reggio Emilia, l’Università di Bologna, l’Università di Parma, i laboratori NES della Scuola Normale di Pisa. Si è inoltre avuta l’opportunità di attivare collaborazioni internazionali quali quella con l’Universidad Federal di Lavras (UFLA), nello stato di Minas Gerais in Brasile.