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Coronavirus, l’Oms boccia il Remdesivir: “Nessuna prova della sua efficacia sui pazienti infetti”

Emessa una raccomandazione al non utilizzo: "Non risultano evidenze della sua efficacia"

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Genova. L’Organizzazione mondiale della sanità boccia l’utilizzo del remdesivir, uno dei farmaci più usati in questa emergenza sanitaria sui pazienti colpiti dal Covid, anche negli ospedali liguri. La stroncatura arriva dopo la pubblicazione di uno studio portato avanti su 7 mila pazienti, con quadri clinici differenti.

“Attualmente non ci sono prove che il remdesivir migliori la sopravvivenza dei pazienti, come altri esiti utili alla degenza – si legge nel comunicato stampa pubblicato sul sito dell’Oms lo scorso 20 novembre – Le prove raccolte in questo studio partito lo scorso ottobre non suggeriscono alcun effetto importante sulla mortalità, sulla necessità di ventilazione meccanica, sul tempo per il miglioramento clinico e su altri risultati importanti per il paziente”.

Per questo motivo è arrivata la raccomandazione ufficiale a non utilizzarlo: una raccomandazione condizionale viene emessa quando le prove sui benefici e sui rischi di un intervento sono meno certe. In questo caso, c’è una raccomandazione condizionale contro l’uso di remdesivir. Ciò significa che non ci sono prove sufficienti per supportarne l’uso.

In questi mesi, soprattutto durante la prima ondata, il farmaco è stato al centro della cronaca sanitaria per il suo utilizzo promosso dalla direzione sanitaria del San Martino, che vedeva nel virologo Matteo Bassetti uno dei suoi “sostenitori”, soprattutto per un uso precoce sul decorso della malattia. Ad aprile fece scalpore l’esclusione della Liguria dalla sua sperimentazione, e poi dallo stop della fornitura da parte della azienda americana produttrice. Poi a maggio la svolta con l’inserimento del San Martino nei 20 centri dove sperimentare il farmaco.

Oggi la bocciatura. Lo studio però non si ferma: il gruppo di sviluppo delle linee guida ha riconosciuto che sono necessarie ulteriori ricerche, soprattutto per fornire una maggiore certezza di prove per gruppi specifici di pazienti.