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Tavoli da 6 e stop all’aperitivo in piedi, ma è la paura del contagio a svuotare i locali

Smartworking e misure sempre più restrittive che, insieme alla paura del contagio, rischiano di creare il collasso per la categoria dei ristoratori

Genova. Piazze semideserte, nei vicoli come in centro città. E bar e ristoranti sono alle prese con le ennesime restrizioni dettate dall’ultimo dpcm che di fatto estende a tutta la città (e inasprisce) l’ordinanza restrittiva imposta alle zone rosse individuate una settimana fa da Regione Liguria per evitare assembramenti. In tutti i locali infatti è vietato servire aperitivi in piedi dopo le 18 e bar e ristoranti potranno formare tavoli per al massimo sei persone.

In piazza Piccapietra Fokaccia, che fino a febbraio aveva 50 tavoli interni per pranzo, ma anche aperitivi e cena più gli ampi dehors, questa mattina ha affisso un nuovo cartello sulla porta di ingresso. “I posti all’interno sono 29 recita il cartello”. “La situazione è molto pesante – spiega Massimo Travaglini – titolare del locale un tempo molto affollato anche in pausa pranzo – ho 18 dipendenti e non so come sono riuscito fino ad ora a non portare i libri in tribunale”. Per i locali di piazza Piccapietra la prima scure è stata la perdita di moltissimi coperti a pranzo a causa dello smartworking che non è mai di fatto rientrato.

“I dipendenti di Costa crociere – dice – erano nostri clienti fissi, ma sono scomparsi in blocco. Sono tornati al lavoro in ufficio solo un giorno, poi li hanno rimandati a casa”. Con loro anche tanti dipendente di banche e assicurazioni che lavoravano negli uffici che fanno da cornice alla piazza. La sera va un po’ meglio ma non troppo: “Ogni sera abbiamo un 20% di disdette – racconta – perché le persone hanno paura del contagio – e i tavoli da 6 ci tolgono ancora un 7-8 posti rispetto a quelli che avevamo fino a ieri. Siamo tutti abbastanza demoralizzati perché lavoriamo con passione e attenzione ma così è difficile guardare al futuro”.

Sempre in piazza Piccaprietra Nina, titolare di Hito Sushi, alla domanda canonica su come vanno le cose risponde indicando il locale semivuoto e la piazza deserta. “Male, c’è il deserto dice”. E alla sera non va meglio: “Ancora qualcosa facciamo nel fine settimana – spiega – ma stanno calando anche i coperti della sera perché la gente dopo il lavoro preferisce andare a casa perché ha paura dei contagi”. Le tavolate divise? “Stavo leggendo proprio ora il provvedimento – spiega – sui tavoli da sei persone. Noi anche in questo periodo a dire il vero abbiamo cercato di staccare i tavoli se arrivavano gruppi da 8-10 clienti ma spesso erano gli stessi clienti a opporsi dicendo che volevano stare tutti insieme. Ora siamo obbligati per legge e chi non vorrà rispettare le regole dovrà tornarsene a casa anche se questo per noi significa un ulteriore perdita”.

Anche i vicoli sono deserti. Sarà anche che è lunedì ma a mezzogiorno sono moltissime le saracinesche abbassate. Alcuni ristoratori hanno deciso di ridurre i giorni di apertura. In via Ravecca che quest’estate era un’esplosione di localini con dehors curatissimi e dove a pranzo si spostavano soprattutto gli impiegati della zona di piazza Dante, le persone per strada non superano la decina.

Alle Prie Rosse hanno già riorganizzato i tavoli “anche se da noi le tavolate non sono mai state troppo richieste per cui non cambia molto” spiega il titolare Paolo Pioli. Gli affari? “Diciamo che lavoriamo al 60% dello scorso anno: i turisti sono scomparsi soprattutto dopo l’ordinanza della Svizzera, lo smartworking è un problema ma per fortuna abbiamo uno zoccolo duro di clienti che non ci ha abbandonato”.

Come gli altri locali tiene le registrazioni dei clienti: “Abbiamo studiato un sistema da cui non si sgarra – spiega – ogni cliente deve andare a pagare alle cassa e dopo esserci igienizzato le mani è obbligato a registrarsi. Stiamo molto attenti all’igienizzazione di tutto, dai tavoli alle lavagnette con i menù. Sappiamo che le persone hanno paura e solo garantendo loro la maggior sicurezza possibile, possiamo fare in modo che tornino”.