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Pestaggio del giornalista Origone: “Non mi sono ferito da solo, chi ha sbagliato deve pagare”

Il giornalista: "Non avevo segni distintivi, come d'altronde non li hanno i poliziotti del reparto. Nessun accanimento contro la polizia in generale, chiedo solo giustizia"

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Genova. Giubbotto scuro e jeans “e nessun segno distintivo di riconoscimento come giornalista perché non ne abbiamo, così come in fondo di segni identificativi, che consentano di distinguerli l’uno dall’altro non ne hanno nemmeno i poliziotti”.

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Ha scelto volutamente di vestirsi come il giorno in cui è stato preso a calci a manganellate in piazza il cronista di Repubblica Stefano Origone per partecipare alla prima udienza preliminare del processo che vede indagati quattro poliziotti del reparto mobile.

All’uscita da palazzo di giustizia Origone ricostruisce quanto accaduto il 23 maggio 2019: “Ero fermo con il telefono in mano a guardare l’arresto di un giovane manifestante perché è così che si fa questo lavoro. Si osservano i fatti da vicino. Ero anche tranquillo visto che c’era la polizia”.

Invece è arrivata la carica: ”Ho gridato che ero un giornalista. L’ho gridato più volte mentre ero a terra colpito da calci e manganellate. Ho gridato anche ‘basta’ perché non riuscivo più a reggere i colpi”.

Per quanto accaduto Origone, che ha danni permanenti a due dita di una mano chiede giustizia: “Qualcuno è stato, che sia stata una persona non mi importa. Ne hanno indagate quattro ma quel che è certo è che le ferite non me le sono mica procurate da solo. Non c’è alcun accanimento contro la polizia da parte mia – assicura – ma chi ha sbagliato deve pagare”.