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Genova, 50 anni dall’alluvione del 1970: una lezione che non si finisce mai di imparare fotogallery

Il bilancio: 43 morti, con Voltri che ne conta 13 il 7 ottobre, 8 i dispersi mai più ritrovati

Genova. Non uno, ma due giorni d’inferno. Sono passati 50 anni da quel 7-8 ottobre 1970, dalla grande alluvione che colpì soprattutto la bassa val Bisagno e Voltri (esondarono il Bisagno, il Fereggiano e il Leira), con torrenti in piena da Ponente a Levante. 948 mm d’acqua caduti in 24 ore.

Il bilancio: 43 morti, con Voltri che ne conta 13 il 7 ottobre, 8 i dispersi mai più ritrovati. Migliaia di sfollati, negozi devastati, addirittura crollò una parte del Biscione. Nell’occasione collassò il medievale ponte di Sant’Agata, a causa dell’ondata di ritorno della piena che non aveva trovato sfogo a causa della copertura. Fu in quell’alluvione che si registrò la prima grande mobilitazione di solidarietà con i giovani “angeli del fango” a spalare per liberare la città dai detriti.

Per il capoluogo ligure fu il primo grande evento idrogeologico di portata così grande nel Novecento. Genova a cavallo degli anni Trenta aveva cambiato radicalmente l’aspetto urbanistico alla Foce del Bisagno, con la copertura realizzata durante il Fascismo. Una scelta che all’epoca sembrava segno di progresso e che invece si è rivelata fatale, unita all’aumento della frequenza e dell’intensità delle precipitazioni a causa del cambiamento climatico, al costante incremento della cementificazione della valle in proporzione all’abbandono dei versanti, che prima erano coltivati. Il Bisagno si era ripreso il proprio spazio alluvionale come aveva fatto da sempre. Il corso del torrente, in alcune parti, è stato soffocato completamente dall’urbanizzazione. L’area golenale del Bisagno, dove i “besagnini” coltivavano i propri orti, è stata sostituita da strade: corso Galliera, piazza Manzoni e piazza Giusti, fino ad arrivare sino a piazza Terralba.

alluvione 1970

Nel 1970 allerte e le procedure di protezione civile non esistevano. Oggi la situazione è cambiata, c’è molta più consapevolezza e anche la tecnologia è d’aiuto nella previsione di eventi così estremi. Eppure, com’è accaduto purtroppo anche nell’ultimo evento di qualche giorno fa tra l’imperiese e la Francia, ancora oggi si contano i morti.

Ci sono voluti quasi 50 anni, altri morti e altre devastazioni per avviare le grandi opere di mitigazione del rischio: lo scolmatore del Fereggiano è in funzione dopo un’interruzione dei lavori di anni. I lavori per realizzare quello del Bisagno sono appena cominciati.

alluvione 1970

I lavori non si sono concentrati solo sul Bisagno: a Sestri Ponente, che nel 2010 subì l’esondazione di tutti i suoi rivi, i lavori per la messa in sicurezza dei ponti sul Chiaravagna sono quasi tutti completati (è in corso il rifacimento del cosiddetto ponte obliquo), nel frattempo è stato abbattuto il palazzo che era stato costruito sopra il letto del torrente e, più a monte, è stata creata una vasca che consente di contenere la violenza della piena. A Voltri, proprio sul Leira, sono state innalzate le paratie laterali nei pressi della foce.

Opere necessarie alla luce di quanto è stato costruito senza fare alcuna attenzione ai bacini degli innumerevoli rivi che costellano la città. Oggi Roberto D’Avolio, presidente del Municipio Media Val Bisagno, presente all’iniziativa organizzata dai geologi liguri (un tour nelle zone dell’alluvione per attivare una maggiore consapevolezza sulle problematiche del territorio) commenta: “In val Bisagno c’è molto da fare nella cura dei versanti, bisogna pianificare e non ripetere gli errori fatti nel passato e oggi questa lezione non finiamo mai di impararla, perché spesso ho dovuto combattere in Municipio per non far concretizzare iniziative legate all’urbanizzazione di queste aree”.

Oggi manca la prevenzione, ricorda il presidente dell’Ordine dei Geologi Carlo Civelli: “Siamo sempre all’inseguimento dell’ultima alluvione, della frana, intervenendo in piena emergenza. Rimediare urgentemente significa fare un rattoppo. Eppure passi avanti sono stati fatti: ci sono piani di bacino e regole urbanistiche più rigide rispetto a tanti anni fa, ma abbiamo un’eredità di decenni di urbanizzazione selvaggia, inoltre le frane dei versanti con tronchi e materiale che si riversa nei torrenti, aggravano ulteriormente la situazione. A mio parere servono incentivi economici ai privati per alleviare il problema del materiale che si riversa in alveo”.

Gli interventi in somma urgenza costano di più di un intervento di manutenzione e di prevenzione che risalta di meno, ma è più significativo.