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Gli studenti universitari in piazza per il diritto allo studio: “Ci hanno tolto corsi e biblioteche, ma non le tasse”

Con loro anche associazioni per i diritti, ricercatori precari, insegnanti e genitori

Genova. Studenti universitari in piazza venerdì mattina a Genova per rivendicare il diritto allo studio a partire da spazi didattici adeguati che consentano di abolire o quantomeno limitare la didattica a distanza, diventata in era-Covid lo strumento privilegiato un po’ in tutte le facoltà.

A promuovere la manifestazione il collettivo ComestudioGenova che prima dell’estate aveva già portato in piazza studenti, genitori e insegnanti a partire dalla richiesta di abolizione della terza rata universitaria. “Chiediamo di poter tornare all’università in presenza – spiega Alessandro Aloi del collettivo – in spazi agibili e sicuri dove seguire i corsi e poter studiare. Gli spazi esistono ma servono investimenti per metterli in sicurezza”. Per il collettivo ComestudioGenova “la didattica a distanza invece è discriminatoria anche per noi studenti universitari perché non tutti hanno un computer proprio ma magari devono condividerlo con gli altri membri della famiglia. Lo stesso vale per le aule studio che dove ci sono “hanno accessi fortemente ridotti e solo su prenotazione”.

La manifestazione di venerdì partirà dalla stazione marittima con concentramento alle 9.30 per arrivare a Brignole: ci sarà una tappa sotto il rettorato, poi interventi in piazza De Ferrari e infine quelli conclusivi al termine del corteo. Alla manifestazione, che cade nel secondo dei due giorni di sciopero indetto dai sindacati del mondo della scuola Cobas e Usb parteciperanno genitori, insegnanti, ricercatori precari, alcuni collettivi di studenti delle superiori, oltre a diverse associazioni da Fridays for Future a Black lives Matter da Genova che Osa al collettivo femminista Non Una di meno.

Il manifesto pubblicato sulla pagina Facebook del collettivo riassume la trasversalità dei temi che saranno affrontati nella mobilitazione:

Ci hanno tolto l’università, dai corsi alle biblioteche. Nonostante questo continuiamo a pagare le tasse. Ci hanno detto che si rientrerà il 14 settembre in sicurezza, quando le aule sono dei pollai da anni, e nessun governo ha mai voluto investire sull’edilizia scolastica. Abbiamo perso il lavoro, perché molti di noi erano camerieri o lavapiatti con contratti a chiamata. Ci hanno accusati di essere untori quest’estate, perché siamo il caprio espiatorio preferito insieme ai clandestini. Il covid ha messo in evidenza tutta la merda che é stata fatta negli ultimi vent’anni, dalle privatizzazioni degli ospedali ai tagli sulla scuola pubblica. È il momento di scendere in piazza per ridare voce a delle generazioni condannate a lavori precari, e per dimostrare a quelle future che solo rivendicando diritti con forza e determinazione si ottengono risultati.

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