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Come il coronavirus cambierà il calcio dilettantistico

Spogliatoi, arbitri, pubblico, settore giovanile: tutto ciò che c'è da sapere in vista dell'avvio di stagione

Covid e calcio, come possono convivere? Nel weekend partirà ufficialmente la stagione dei dilettanti con le prime gare di coppa. Tanti i dubbi delle società che ieri sera la Federazione ha cercato di chiarire. Al termine della riunione, però, è rimasto un interrogativo: questo protocollo permetterà di vivere la genuinità del calcio nostrano anche nell’epoca del coronavirus? Sarebbe meglio attendere il vaccino oppure è giusto iniziare? Oggi non vogliamo rispondere a questa domanda, i pareri sono tanti e discordanti, ma solo illustrarvi in cosa e come cambierà il calcio dilettantistico tra mascherine, gel igienizzante e distanziamento.

Dal lato pratico, organizzativo ed emozionale? Sicuramente muterà la concezione dello spogliatoio, non solo nel senso letterale del termine. Non si potrà vivere l’agitazione e la concentrazione prima della partita con tutti i compagni di squadra e nemmeno esultare o “fare gruppo” dopo il triplice fischio, tutti a distanza di un metro (in Liguria) e ingressi scaglionati a turni. Si allungheranno i tempi di preparazione pre e post gara, divenendo non più condivisione, ma piuttosto un continuo turnover del “speriamo di essere il primo a fare la doccia”, soprattutto d’inverno. Docce che saranno consentite soltanto a due metri di distanza tra i giocatori.

Cambierà anche il rapporto con l’arbitro. Le proteste per il cartellino ricevuto o la richiesta di chiarimento sul fallo fischiato potranno avvenire solo ad un metro e mezzo di distanza. Così come l’appello che si svolgerà all’esterno degli spogliatoi. Dilemma ancora da risolvere invece sono le panchineColoro che non partiranno titolari rischiano di non poter più guardare la partita da posizione privilegiata, ma rilegati nel recinto degli spogliatoi, forse una buona notizia per i più calorosi che rischiamo qualche cartellino di troppo anche in panchina.

E poi il pubblico (massimo 1000 spettatori), anch’esso ovviamente opportunamente distanziato sugli spalti e con le mascherine indosso. Forse sarà più difficile sentire le voci dei cori, gli ultras (per le squadre dilettanti che hanno il privilegio di avere un tifo organizzato) dovranno allenare le corde vocali per incitare i propri giocatori del cuore e non potranno più avvicinarsi alla rete ad esprimere la propria gioia per un gol. Indicazioni valide solamente per gli impianti muniti di tribune, altrimenti l’incontro dovrà svolgersi a porte chiuse con i soli 40 (numero massimo, compresi gli arbitri) componenti del gruppo gara.

Sarà diverso anche l’arrivo al campo. Prima della lunga attesa del proprio turno per cambiarsi, un delegato alla gestione dell’evento, il cosiddetto DGE,  dovrà occuparsi di misurare la temperatura di atleti, allenatori e dirigenti e raccogliere le singole autocertificazione, la cui valenza è di 14 giorni (in caso di comparsa di sintomi, il firmatario si impegna a segnalarlo). Altro compito del DGE è di consegnare all’arbitro il documento che attesti l’avvenuta sanificazione dell’impianto sportivo. Ovviamente nell’impianto non dovranno mancare dispenser per gel igienizzante mani e dovrà essere sanificato il più possibile (non esistono particolari norme o obblighi di frequenza riguardo questo punto solo l’utilizzo di prodotti quali varichina o alcool almeno al 70%).

Stesse norme valide per il settore giovanile, il cui inizio della stagione è previsto ad ottobre con le fasi provinciali delle categorie Giovanissimi ed Allievi, i qualificati disputeranno i regionali a marzo-aprile. Per quanto riguarda invece i più piccoli, decisione rimandata ad ottobre in base a quello che accadrà nelle scuole. In attesa potranno essere organizzati dalle società i tornei, se una squadra si recherà a giocare fuori regione, obbligatorio è il test sierologico, salvo per province confinanti.

Per quanto riguarda il lato legale, sfatate molte preoccupazioni riguardanti la responsabilità, uno degli argomenti che ha fatto più discutere. Se in una fase iniziale molti presidenti hanno espresso le loro “paure” e perplessità riguardo ai rischi penali in cui avrebbero potuto incorrere in caso di positività di uno o più utenti frequentanti gli impianti sportivi, la federazione li ha rassicurati. Come confermato dalla Corte di Cassazione, infatti, non esiste presunzione di responsabilità, ovvero se il protocollo viene attuato alla lettera, la società e in particolare il presidente non possono essere considerati responsabili, in quanto risulta molto difficile provare che il contagio sia avvenuto proprio all’interno dell’impianto sportivo a causa della facilità di trasmissione del virus. Onere della società sarà, dunque, quello di rispettare le indicazioni ministeriali atte a diminuire al minimo il contagio e trasferire questo senso di responsabilità ai propri tesserati.

Un calcio nuovo, in parte diverso, più attento e controllato a livello organizzativo, ma anche un calcio che non si vede l’ora di giocare e guardare.