Genova24 - Genova: notizie in tempo reale. Cronaca, Sampdoria, Genoa, Politica, Economia, Sport ...

Per le parti di lei che sono mie al Teatro della Corte, ecco perché andarlo a vedere fotogallery

Tre racconti di Maurizio De Giovanni messi in scena per la prima volta

Genova. Molti applausi con le attrici felici e quasi imbarazzate nel tornare così tante volte a prendersi il meritato riconoscimento dal pubblico.

Per le parti di lei che sono mie” è il terzo titolo della rassegna di drammaturgia contemporanea con cui il Teatro Nazionale di Genova è ripartito dopo il fermo per il coronavirus. Resterà in cartellone sino al 25 luglio al Teatro della Corte (qui tutte le informazioni).

Lo spettacolo è diretto da Mercedes Martini ed è tratto da tre racconti di Maurizio De Giovanni contenuti nella raccolta nella raccolta Nove volte per amore: “Colpa del pomeriggio”, “Storia di una principessa”, “La moglie del mostro”. I tre testi sono ispirati da altrettanti casi di cronaca nera che hanno avuto un’enorme esposizione mediatica, ma gli sviluppi si distaccano dai fatti accertati o meno dalla magistratura. Non li citiamo per non rovinare la scoperta che si fa nel corso dell’ora e mezza circa in cui le tre donne si confessano, senza pudore.

Spettatori sul palco, distanziati a sufficienza per le norme anti-covid, tre attrici nella zona che di solito è il dietro le quinte. Luci fredde al neon. Tre sedie, tre secchi con stracci e ramazze, tre specchi, uno spazio diviso in tre parti da una corda che separa una reclusione fisica e mentale. Si comincia così, con la musica alta e gesti compulsivi e ripetuti in modo rapido, un leit motiv che si traduce nel lavaggio ossessivo delle mani di shakespeariana memoria.

Ci sono due motivi sopra agli altri per cui riteniamo che lo spettacolo meriti di essere visto:

Una riflessione sull’umanità

Lucia Fontanelli una figlia, Federica Granata una madre, Lisa Lendaro una moglie. Ceti sociali diversi, caratteri diversi, esperienze diverse. Tre persone normali, eppure, ognuna di loro, ha compiuto qualcosa di terribile, a testimonianza che la categorizzazione dell’ombra, del male che si può fare, è una considerazione che non si addice all’umanità. Il racconto si dipana a poco a poco, facendo scoprire che le cause scatenanti hanno radici profonde (non bisogna soffermarsi solo sul “fuoco d’artificio”, ma sulla partenza della pallina sul piano inclinato) e che queste vicende potrebbero succedere a chiunque. La parola inevitabile ricorre e il testo di De Giovanni non è scritto per giudicare, ma espone quello che è accaduto dal punto di vista dell’autore del fatto e non della vittima. Si arriva a chiedersi: potrebbe capitare anche a me?

Il dinamismo

Si potrebbe pensare che le tre storie vengano rappresentate attraverso tre monologhi e con le tre attrici quasi immobili sul palco, invece l’impianto studiato da Mercedes Martini funziona molto bene nei movimenti delle attrici nello spazio. Il racconto non è lineare, nel senso che ognuna si alterna nel confessare se stessa, interagendo con le altre attraverso il passaggio dei secchi o della pallina, tangibile rappresentazione del rotolamento inevitabile verso l’abisso. Bella l’idea di scrivere con il gesso alcune parole chiave, che diventano parte della scenografia.

Buona la prova delle attrici (le giovani Lucia Fontanelli e Lisa Lendaro sono fresche di scuola di recitazione del Teatro Nazionale), credibili sin dall’inizio. Si capisce subito da abbigliamento, postura, gesti e tic, quali siano le personalità delle donne che interpretano: la ragazzina ricca e annoiata con problemi di droga e rabbia repressa, la moglie perfettina che ha puntato tutto sulla bella famiglia e non ha la forza di denunciare la perversione del marito per non fare brutta figura, la madre che ha fatto una vita d’inferno tra povertà e invidie, incapace di fermare ciò che ha intuito.