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Marta Brusoni (Liguria Popolare) incontra i sindacati di Arcelor Mittal

Genova. Un incontro cordiale e costruttivo per portare in consiglio comunale la spinosa questione del futuro dello stabilimento di Genova dell’Arcerol Mittal (ex Ilva) e fornire risposte concrete ai lavoratori su cui incombe la spada di Damocle della cassa integrazione e di un futuro dalle tinte fosche.

Marta Brusoni, capogruppo in consiglio comunale di Vince Genova e candidata alle regionali per Liguria Popolare, venerdì scorso è stata ricevuta da una delegazione dei sindacati dell’ex acciaieria Ilva, insieme al consigliere regionale di Liguria Popolare, Vittorio Mazza, per comprendere le problematiche e trasferire in Comune le preoccupazioni dei lavoratori dello stabilimento genovese.

All’incontro ha partecipato anche il consigliere comunale del Movimento Cinque Stelle, Fabio Ceraudo, presente anche in qualità di Rsu Uil, e lo storico segretario di fabbrica Cisl, Rocco Genco. «Abbiamo percepito le vostre perplessità riguardo al vostro futuro lavorativo – ha fatto sapere Marta Brusoni -. Come capogruppo in consiglio comunale sono pronta a fare da ponte affinché le istituzioni si occupino della questione in tempi brevi».

Attualmente sono 10.700 i lavoratori in cassa integrazione divisi tra gli stabilimenti di Genova, Novi Ligure, Taranto e gli altri. L’accordo a livello nazionale, siglato il 1 novembre 2018, prevede l’affitto degli stabilimenti ex Ilva (in amministrazione straordinaria e proprietaria degli impianti) da parte Arcerol Mittal (attuale gestore) con la clausola (e il timore) che quest’ultimo abbandoni gli impianti a fronte del pagamento di 500 milioni in base all’accordo del 4 marzo scorso.

Il 18 giugno scorso, dopo la protesta di lavoratori e sindacati, Fiom Cgil, Fim Cisl e Uil Uilm avevano raggiunto un accordo per la proroga del periodo di cassa integrazione per ulteriori due settimane e la rotazione di 950 lavoratori dello stabilimento genovese dei 1001 che hanno lavorato ciascuno due settimane su quattro. Secondo i sindacati si è trattato di un buon accordo migliorativo rispetto a quello del 26 maggio, grazie soprattutto all’aumento di ordini per il segmento della banda stagnata e la riattivazione della linea taglio rottame e imballo rotoli.

L’impasse è però solo rimandato perché, temono i sindacati, sia una mossa attendista. «Il settore industriale in Italia è purtroppo sottovalutato – ha spiegato durante l’incontro Armando Palombo di Fiom Cgil-. L’industria è passata in secondo piano e in particolare a Genova la siderurgia è diventata un cruccio. In Ilva (oggi sotto la gestione Arcerol Mittal, n.d.r.). Siamo passati in pochi anni da 2740 lavoratori nel 2005 ai 997 di oggi. Una perdita considerevole di risorse e forza lavoro. Quello che chiediamo è che ci sia da parte degli amministratori e del governo più attenzione per difendere il reddito e il lavoro».

La partita sul futuro delle acciaierie si gioca sul tavolo internazionale e i timori, alimentati dalle dichiarazioni dello scorso marzo di Lucia Morselli, amministratore delegato di Arcerol Mittal, è che ci sia un graduale disimpegno da parte dell’azienda. Per il segretario di Fiom, Manganaro, «tutto ciò portava a stracciare l’accordo del settembre 2018 in cui per Genova veniva ribadita la validità dell’accordo di programma. Il governo sapeva degli esuberi e non ha detto niente, lasciando intendere che c’era un piano B senza Arcelor Mittal di cui però non si conoscono i contenuti».

Lo scorso maggio a Genova c’era stata una prima manifestazione post Covid-19 organizzata da Fiom a sostegno dei lavoratori di Arcerol Mittal (ex ilva). I lavoratori dello stabilimento di Cornigliano hanno sfilato con indosso le mascherine fino alla Prefettura.

La causa della protesta, la cassa integrazione introdotta per 200 lavoratori a soli 15 giorni dalla ripresa a pieno regime dell’attività dello stabilimento. «Lo stabilimento ha attualmente due zincature in azione: durante l’emergenza coronavirus sono state chiuse entrambe riducendo di fatto la domanda richiesta – continuano i rappresentanti dei sindacati -. A Genova ci sono attualmente due linee di produzione: la zincata, appunto, e la stagnata. Quest’ultima è l’unica presente in Italia dove la domanda di mercato è di 800 mila tonnellate all’anno e la produzione è di 130 mila realizzata nel nostro Paese solo dal nostro stabilimento».

Terminato il periodo di lockdown, sindacati e lavoratori attendevano la ripresa dell’attività a pieno regime che attualmente conta 1001 lavoratori a libro paga di cui 650 in procinto di rientrare sul posto di lavoro. A maggio la mossa aziendale (200 mandati in cassa integrazione) ha spiazzato i lavoratori che hanno temuto, e temono, un graduale disimpegno dell’attività.

Sullo sfondo si registrano altri segnali contrastanti che mettono in allarme dipendenti e sindacati. In particolare si segnalano anomalie nelle relazioni industriali; vengono annunciati alle organizzazioni sindacali assetti di marcia e ripartenze di impianti poi, a distanza di pochi minuti, riaggiornati o cancellati in autonomia.