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La storia ritrovata delle calciatrici che sfidarono Il Duce (e cosa c’entrano con Genova)

Al San Martino nel 1933 gli esperimenti sulla razza italiana. Il racconto e i documenti nel romanzo "Giovinette" della giornalista genovese Federica Seneghini

Genova. Un manipolo di tenaci ragazzine che, nel periodo più buio del regime fascista, si mette in testa un’idea: l’idea di giocare a calcio. Un gioco che era già pura espressione di machismo e soprattutto eccezionale strumento di propaganda. E allora perché non provarci? Inizia così la storia di Rosetta Boccalini e delle sue compagne, le prime donne in Italia a fondare una squadra di calcio, il Gfc, Gruppo Femminile di Calcio. Una storia che rischiava di finire dimenticata per sempre. Ricostruita oggi nel romanzo Giovinette (Solferino), scritto dalla giornalista genovese del Corriere della Sera Federica Seneghini, che in passato è stata redattrice di genova24.it.

E pensare che Rosetta e le compagne erano riuscite a ottenere un certificato medico da Nicola Pende. “Un nome che ai genovesi forse non dirà molto, ma che negli anni Trenta invece conoscevano bene”, spiega Seneghini. “Dirigeva l’Istituto di biotipologia individuale e ortogenesi di Genova, che aveva sede a San Martino. Un centro di eccellenza e uno dei punti di riferimento per le teorie “scientifiche” dell’epoca che volevano formare i nuovi italiani sotto l’egida del fascismo”.

«Io credo che dal lato medico nessun danno può venire né alla linea estetica del corpo, né allo statico degli organi addominali femminili e sessuali in ispecie, da un gioco del calcio razionalizzato e non mirante a campionato, che richiede sforzi di esagerazioni di movimenti muscolari, sempre dannosi all’organismo femminile» scrisse Pende.
«Giuoco del calcio dunque, sì, ma per puro diletto e con moderazione!». Ma solo per le ragazze tra i 15 e i 20 anni.

Ma soprattutto le ragazze erano riuscite a ottenere il consenso del presidente del Coni e della Figc, Leandro Arpinati, un fascista della prima ora e cultore dello sport, anche femminile.

Il terrore dei medici e del Regime era chiaro: “Il calcio non doveva rischiare di compromettere la fertilità delle giocatrici“, spiega ancora Seneghini. “Per questo il Gfc stabilì di mettere in porta dei maschi, ragazzini della squadra giovanile dell’Inter: bisognava evitare che le donne rischiassero di prendere pallonate sugli organi riproduttivi. E in ogni caso una volta diventate madri, lo sport era da escludere”.

Che il calcio fosse considerato un’impresa poco consona a delle ragazze è evidente dai commenti e dagli articoli dei giornali dell’epoca, riportati fedelmente nel libro. “Già da tempo le donne che si appassionavano al calcio, anche in qualità di tifose – le tifosine come si diceva all’epoca – erano prese di mira dai giornali”, spiega Marco Giani, storico dello sport che firma il saggio a fine volume che ripercorre decenni di discriminazioni nel calcio femminile Italiano. “Sessismo e calcio femminile sono parole che in Italia vanno a braccetto da oltre 90 anni. Ma le tifosine avevano ben saputo, proprio in quegli anni, conquistarsi il loro posto sugli spalti combattendo il diritto di stare dentro il tempio della virilità, lo stadio. L’idea di giocare a calcio era nata dal fatto che le ragazze frequentavano San Siro (dove giocava il Milan) e l’Arena (casa dell’Ambrosiana-Inter) dove impararono accortezza e intelligenza che usarono poi per giocare di persona”.

E non è un caso che poche settimane fa, alla fine del lockdown che ha bloccato il Paese, “la serie A maschile abbia potuto ripartire e quella femminile sia stata costretta a interrompere il campionato“, aggiunge Seneghini. “La strada per la parità è ancora molto lunga”.

Dedicare una via o un parco a queste ragazzine coraggiose degli anni Trenta sarebbe una decisione doverosa. “Milano potrebbe indicare la via, ma altre città d’Italia potrebbero poi seguirne l’esempio”, ha spiegato Seneghini, che ha lanciato l’idea. “Magari proprio la mia Genova, medaglia al valor civile e da sempre in prima linea per la difesa dei diritti e dei più deboli”.

Fu proprio l’ACF Genoa (femminile), tra l’altro, che nel 1968 vinse il primo Scudetto del Campionato di calcio femminile. “Un vanto per la città, un’altra storia da ricordare”, conclude Seneghini. Chissà che il sindaco Bucci non abbia voglia di riscoprirla.