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Inchiesta sugli ultrà, per la pace sociale il Genoa pagò il “pizzo” a Leopizzi e Marashi

Quando Preziosi disse: "Ora mi sono rotto, ho le prove audio e metto tutto in piazza", ma poi tacque con i magistrati sulle intimidazioni

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Genova. Un’associazione a delinquere finalizzata a commettere reati di violenza privata, lesioni personali, violenza e resistenza a pubblico ufficiale “al fine di controllare la parte più radicale del tifo e orientarlo per interferire con violenza e minaccia sulle scelte societarie del Genoa”. Per il tribunale del Riesame di Genova che ieri ha accolto l’appello della Procura sulla richiesta di misura cautelare nei confronti di otto capi ultrà rossoblu, se il reato di estorsione ai danni del Genoa è imputabile solo al leader indiscusso della tifoseria genoana Massimo Leopizzi e al socio-imprenditore Artur Marashi, anche gli altri sei indagati (Fabrizio Fileni, Piermario Pelizzari, Nicolò Garibotto, Paolo Taccone, Ivano Mucchi e Davide Traverso) si sono associati in un “sodalizio criminale” che aveva un “oggetto sociale” molto chiaro, così descritto dal giudice del riesame Massimo Cusatti: “Imporre a qualunque tifoso del Genoa, ai calciatori e alla dirigenza il proprio codice di comportamento su come si fa il tifo, come si incita la squadra, come e perché si contesta, quali scelte tecniche sono idonee oppure no, quali giocatori vanno tenuti e quali ceduti e addirittura come devono comportarsi i giocatori fuori dal campo”.

La “pace sociale” dentro e fuori lo stadio
Il Tribunale parla di un vero proprio “delirio di onnipotenza” di Leopizzi, grazie anche all’acquiescenza del gruppo, che arriva a dire con arroganza all’allenatore Gasperini durante l’annuale festa per la fondazione del Genoa che doveva “guardare i fuochi d’artificio e non firmare autografi” o “a quale ora antelucana dovesse partire la squadra per un ritiro anticipato per volere del capo”.
Nelle 138 pagine di ordinanza in cui ordina la misura massima della custodia cautelare in carcere per Leopizzi, Marashi e Fileni e l’obbligo di dimora con divieto di accedere al quartiere di Marassi per gli altri cinque, il tribunale riassume i capi di imputazione e gli episodi sconcertanti di intimidazioni che hanno caratterizzato i rapporti tra gli indagati, la dirigenza rossoblu, i giocatori o i tifosi che non stavano alle regole imposte. Nel programma perseguito dal sodalizio c’è anche la finalità di condizionale le scelte societarie. Il Genoa “deve tollerare – scrive il tribunale – per la pace sociale dentro e fuori dallo stadio” che gli ultrà capeggiati da Leopizzi “commercino gadget non autorizzati usurpando il marchio ufficiale della società, che traffichino con gli steward, che facciano entrare gratuitamente più di una persona di loro conoscenza in occasione di partite in casa”.

Tra gli episodi citati nelle oltre mille pagine dell’inchiesta condotta dalla squadra mobile di Genova e coordinata dal pm Francesca Rombolà con l’aggiunto Francesco Pinto l’incontro tra Preziosi, Leopizzi e altri tifosi dopo i fatti di Genoa-Venezia, incontro registrato segretamente da Leopizi, dove emerge una sorta di “patto di sangue” tra gli ultrà e il presidente “in forza del quale i tifosi avrebbero potuto accettare accettare e tacere rispetto al fatto lui affermasse di aver comprato una partita. Tra gli altri fatti più clamorosi e noti quelli relativi a Genoa-Siena, la contestazione al Pio del gennaio 2012 con l’invasione nel campo di allenamento dei rossoblu, la rissa tra genoani e sampdoriani del giugno dello stesso anno che portò all’accordo per la consegna del colpevole dell’accoltellamento, e diversi altri episodi di violenza privata nei confronti di singoli tifosi o di altri soggetti come il gestore del panificio di via Odessa, che dopo due anni cederà i locali allo stesso Leopizzii-

Da Leopizzi metodi ‘quasi’ mafiosi
Per il tribunale, che pur scrive chiaramente che i presupposti per l’aggravante di tipo mafioso (il 416bis) non sussistono, “se Leopizzi non avesse mirato a conquistare la supremazia su una cerchia ben definita e delimitata di soggetti si potrebbe addirittura parlare di metodi mafiosi e di assoggettamento omertoso viste le reazioni intimorite di chiunque abbia avuto a che fare con il gruppo di Leopizzi”. E cita l’atteggiamento tenuto dal presidente Enrico Preziosi definito “a dir poco esitante dinanzi ai microfoni o addirittura dinanzi all’autorità giudiziaria quando gli si è chiesto conto delle continue pressioni ricevute dal sodalizio e delle quali il medesimo pure s’è apertamente sfogato al telefono con l’amministratore delegato Zarbano o minacciando addirittura di ‘mettere tutte le cose in piazza’ parlando con Davide Traverso”.

Preziosi: “Ho le prove audio, ora metto tutto in piazza”
In quest’ultima conversazione, intercettata il 28 marzo 2017, Preziosi si arrabbia con Traverso per un episodio avvenuto il giorno precedente quando un gruppo di ultrà si era recato al ristorante San Giorgio dove stava cenando il giocatore Armando Izzo, lo aveva fatto uscire dal locale per dirgli che visti i risultati lui e gli altri dovevano allenarsi di più e uscire di meno (linea decisa dallo stesso Leopizzi). “Non accetto che qualcuno tocchi un mio dipendente o la mia squadra, Izzo era in un ristorante e gli hanno rotto i coglioni in 15 di cui 10 ultrà. Io adesso metto tutte le cose in piazza perché ho le prove di tutto – dice Preziosi nella foga della telefonata – Ho le prove audio, io adesso vi dico chi è Massimo [Leopizzi ndr], chi è Marco [Pellizzari], chi è Davide [lo stesso Traverso], perché mi sono rotto i coglioni”. Tuttavia lo stesso presidente rossoblu, sentito dal pm il 24 maggio 2017 ha “risposto negativamente alla richiesta di riferire – ricorda il tribunale – se fosse a conoscenza di intimidazioni o contestazioni realizzate da ultras ai danni dei giocatori del Genoa”.

L’estorsione alla società: il “pizzo” pagato a Leopizzi e Marashi
E’ il reato di cui sono imputati i soli Leopizzi e Marassi. Secondo quanto accertato la Sicurart (di cui Marashi è socio di maggioranza mentre Leopizzi è socio occulto)) che si occupa dell’accoglienza dei tifosi nella tribuna vip ha ricevuto negli ann da un lato versamenti regolari dal Genoa per i servizi effettuati, dall’altro, versamenti per servizi mai riscontrati attraverso la società Any 4 job che si occupa della fornitura degli steward. Se il gip, rigettando la richiesta di misure cautelari, aveva riscontrato la carenza di un adeguato elemento probatorio in assenza fra l’altro di un’ammissione da parte della ‘vittima’ dell’estorsione vale a dire della società Genoa, il Riesame ribatte da un lato che ovviamente non è possibile come nel caso del ‘pizzo’ non si possa pensare di provarla solo che i commercianti denunciano. E si domanda poi “quale concreto senso commerciale possa annettersi al versamento di oltre 325 mila euro nell’arco di 8 anni con modalità assolutamente occulte e in favore di soggetti che capeggiano una masnada di facinorosi” in grado di provocare rivolte dentro o fuori dallo stadio”. Per il Riesame “i pagamenti integrano una sorta di pizzo versato dalla dirigenza genoana ai due indagati non solo e non tanto a fronte di prestazioni inesistenti ma in forza della costante intimidazione da loro stessi pazientemente creata nell’ambiente durante anni di duro lavoro ai fianchi della dirigenza medesima”.

Il ruolo di Marashi
Leopizzi e Marashi li definisce entrambi ‘callidi’ il relatore del tribunale del Riesame, ma se Leopizzi è uomo storico della gradinata nord, albanese Artur Marashi, che è l’unico che Leopizzi di fatto tratta da ‘pari’, è una figura dai contorni più sfumati. Nonostante diversi precedenti penali che gli hanno impedito grazie al diniego della Prefettura di essere a capo della società Any 4 job che fornisce gli steward, si è conquistato presso la dirigenza del Genoa il ruolo di “responsabile occulto” della sicurezza dei giocatori. “Un finto tutore della loro incolumità – dice il Riesame – rispetto alle artate minacce di disordini animate e deliberate dal suo sodale Leopizzi”