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Spiegazione

I donatori di sangue possono fare un test sierologico gratuito? In Liguria la risposta è no

L'esperta del San Martino: "È una raccomandazione del centro nazionale, se lo facessimo dovremmo buttare via una parte del sangue donato"

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Genova. In molti se lo saranno chiesto durante la pandemia e soprattutto adesso che la quarantena è finita: chi va a donare il sangue ottiene anche un referto sulla positività agli anticorpi contro il coronavirus? In altre parole: il prelievo dà vita automaticamente a un test sierologico? La risposta, che arriva a chiare lettere nella giornata mondiale del donatore, è no. Almeno per quanto riguarda la Liguria e molte altre regioni.

“Per quanto riguarda lo screening dei donatori, ci siamo attenuti a quanto previsto dal centro nazionale sangue che ha consigliato di non fare alcun test al momento della donazione“, spiega Vanessa Agostini, direttrice del centro di medicina trasfusionale dell’ospedale San Martino di Genova. Si tratta in particolare di una circolare diffusa il 14 maggio dal Cns che lascia alle Regioni la possibilità di decidere come comportarsi, ma al tempo stesso definisce “non raccomandabile” sottoporre i donatori al test sierologico.

La ragione è abbastanza semplice: se si facesse, una parte verrebbe sprecata e si rischierebbe di avere meno sangue a disposizione. “Se un donatore venisse trovato positivo agli anticorpi – prosegue la dottoressa – dovrebbe essere messo in isolamento e sottoposto a doppio tampone. Il campione, nel frattempo, non potrebbe essere utilizzato subito, lo dovremmo mettere in quarantena e in questo modo la parte di sangue necessaria a produrre piastrine per i pazienti ematologici, che va utilizzata subito dopo il prelievo, andrebbe buttata via”.

Tutt’altra cosa è l’indagine epidemiologica avviata da Alisa a inizio aprile per capire la sieroprevalenza del coronavirus su un campione rappresentativo della popolazione. I primi risultati di quello studio avevano permesso di accertare che il virus circolava in Liguria già a dicembre 2019. L’analisi sugli anticorpi IgG e IgM viene eseguita anche su una parte delle nuove donazioni, “ma non viene fatta contestualmente“, aggiunge Agostini. I campioni, insomma, vengono congelati e analizzati in seguito, ma al donatore poi non viene consegnato il referto.

D’altra parte, puntualizza la specialista del San Martino, “non ci sono evidenze che il coronavirus si possa trasmettere attraverso il sangue“. Ma allora perché il prodotto donato da una persona potenzialmente contagiata è considerato a rischio? “Perché su qualunque campione che troviamo alterato noi dobbiamo fare degli approfondimenti”. In sostanza si agisce a livello preventivo: “Ai donatori abituali noi chiediamo già se hanno avuto febbre o altri sintomi riferibili al Covid-19. Se sono sintomatici non vengono a donare, altrimenti, se nei successivi 14 giorni non stanno bene, ci telefonano. Perciò abbiamo un sistema di controllo importante in tutte le fasi”.

Altre regioni, invece, come la Toscana e il Lazio, hanno deciso di ignorare la raccomandazione del centro nazionale sangue e mettono a disposizione test sierologici gratuiti per chi si reca nei centri appositi a donare il sangue. Questi test, lo ricordiamo, non servono a diagnosticare se una persona abbia contratto o meno il coronavirus, ma solo a rilevare la presenza di anticorpi specifici nel sangue. Se vengono rilevate le immunoglobuline IgM è probabile – ma non certo – che l’infezione sia in atto e per questo il protocollo prevede di mettere il paziente in isolamento (potrebbe essere contagioso) e di sottoporlo al tampone.

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