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Coronavirus, in Liguria solo il 50% dei pazienti trattati con plasma iperimmune ha risposto alle cure

Il campione a disposizione però è troppo limitato, solo quattro pazienti: "Il dato non ha validità scientifica", dicono dal San Martino

Genova. Solo il 50% dei malati di coronavirus finora trattati con plasma iperimmune in Liguria ha risposto alle cure. Il dato emerge dal centro di medicina trasfusionale dell’ospedale San Martino di Genova diretto da Vanessa Agostini ma, precisa la dottoressa, “non ha validità scientifica perché è un campione troppo ristretto e sono pazienti con storie molto diverse tra loro”.

Il trattamento prevede la trasfusione di plasma ematico da un ex paziente, cioè una persona guarita dal Covid-19. In questo modo gli anticorpi contro il coronavirus vengono “aggiunti” al sangue del malato per rafforzare la sua reazione immunitaria al virus. La terapia era già stata utilizzata in passato, ad esempio per l’ebola, e in Italia è stata utilizzata per la prima volta durante questa pandemia a Mantova e Pavia.

“Ci sono due percorsi diversi – ha spiegato Agostini -. Uno prevede l’adesione nazionale al protocollo Tsunami, nato a Pavia e diventato poi uno studio Aifa. Questo programma è appena partito e siamo ancora in una fase sperimentale. Poiché i nuovi pazienti al momento sono in discesa, al momento non è stato arruolato nessuno. Poi c’è il percorso per l’uso compassionevole rivolto a pazienti in condizioni severe che non avevano altre possibilità terapeutiche oltre alle cure già in essere”.

In tutta la regione sono stati coinvolti quattro pazienti: due di loro hanno risposto in maniera positiva al trattamento con plasma iperimmune, sugli altri due invece i risultati non sono stati quelli attesi ed è stato necessario sottoporli ad altre terapie per curarli dal Covid-19. Troppo poco però, avverte la direttrice del centro del San Martino, per valutare l’efficacia su larga scala.

“Da tempo – continua Agostini – abbiamo iniziato a sottoporre a screening i potenziali donatori che devono rispondere a particolari requisiti specifici. Abbiamo identificato un centinaio di potenziali donatori, li stiamo chiamando e sottoponendo alle visite di idoneità”. Al San Martino è arrivato nel frattempo un macchinario che consente l’inattivazione dei patogeni, mentre uno era già presente a Savona.