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Coronavirus, in Liguria è esploso all’inizio del lockdown: più che raddoppiati i lavoratori in malattia

Lo rivela uno studio dell'Inps sui certificati pervenuti dai medici di famiglia. Lo smart working ha "salvato" i lavoratori pubblici

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Genova. Nella settimana tra l’8 e il 14 marzo, di fatto all’inizio del lockdown, i certificati di malattia pervenuti all’Inps dalla Liguria sono aumentati del 122%, più che raddoppiati, rispetto allo stesso periodo del 2019. È uno dei dati che meglio fotografa l’impatto dell’epidemia di coronavirus sulla popolazione offerto da uno studio condotto dall’istituto di previdenza sul periodo di dieci settimane che va dal 2 febbraio all’11 aprile.

La seconda settimana di marzo è quella che evidenzia l’aumento marcato per tutte le regioni, in particolare per quelle settentrionali (135%) che da sole compongono il 90% di tutti i certificati di malattia arrivati nel periodo preso in esame. Il dato ligure (122%) è leggermente sopra la media nazionale (110%).

Un aumento si nota anche nelle settimane precedenti (+35% alla fine di febbraio, +15% all’inizio di marzo), segno probabilmente che il coronavirus aveva iniziato a colpire. Significativa anche la crescita tra il 15 e il 20 marzo (+92%), ma meno dirompente, probabilmente per gli effetti positivi della quarantena che ha ridotto la circolazione del morbo, mentre da inizio aprile la variazione inizia a essere addirittura negativa. Nel complesso delle dieci settimane l’aumento registrato è del 23%.

Generica

La Liguria è tra i territori più colpiti, ma non in maniera così incisiva: a guidare la classifica nel periodo 8-14 marzo è la Lombardia col 176%, poi arrivano il Piemonte col 136%, le Marche col 127%, la Valle d’Aosta al 126%, l’Abruzzo al 124% e quindi la nostra regione. In totale sull’arco di tempo analizzato il Nord Italia segna un aumento anomalo del 24% contro il 5% del Centro e il 2% del Sud.

Generica

In Liguria, e in generale nelle altre regioni, a risentire della variazione è stato soprattutto il settore privato (più 32% nell’intero periodo, a livello nazionale 23%) rispetto al settore pubblico (solo 2% in più, in linea con la media italiana). A spiegare il dato potrebbe essere la maggiore facilità con cui i dipendenti pubblici – impiegati soprattutto negli uffici – hanno potuto accedere allo smart working, riuscendo da una parte a prevenire il contagio e dall’altra evitando di mettersi in malattia se già costretti a casa dal lockdown per non avere penalizzazioni retributive.