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Anche una mamma genovese firma il “Manifesto per la scuola dopo il Covid”, giovedì manifestazione

Proposte per una ripartenza sicura e che non distrugga il ruolo dell'istruzione e della formazione, dall'asilo nido all'Università

Genova. Questo giovedì 25 giugno il movimento “Priorità alla scuola” torna in piazza in 60 città italiane tra cui Genova – appuntamento alle 17e30 davanti alla Prefettura – per chiedere che a settembre la scuola riprenda in presenza, maggiore stabilità per i precari, assunzioni e aiuti alla scuola pubblica. Inoltre, con la collaborazione di tre mamme, è stato scritto un MANIFESTO PER LA SCUOLA DOPO IL COVID che pubblichiamo.

La crisi della pandemia diventi opportunità per la Scuola
“Gli studenti non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere”
(Plutarco)

I bambini, i ragazzi, sono i cittadini di domani, il futuro della società. Eppure li abbiamo messi all’ultimo posto, in fondo alla lista delle priorità. La scuola non è stata ritenuta centrale in questa emergenza: abbiamo chiuso gli studenti in una bolla, seduti davanti agli schermi, come un problema da rimuovere. Non è stata valutata alcuna ipotesi di sfruttare almeno una parte dei mesi estivi per far recuperare ai nostri figli un po’ della scolarità perduta. Procede troppo a rilento l’analisi degli investimenti necessari a consentire la riapertura delle scuole a settembre. Si è vagliata invece la possibilità, a nostro giudizio irricevibile, di cristallizzare l’attuale situazione, con una improbabile modalità mista tra Didattica a distanza e presenza in classe tre giorni la settimana. Delegando alle famiglie e alle baby sitter il compito insostituibile della Scuola. Come se fare lezione davanti a un computer potesse sostituire il percorso educativo garantito dallo scambio umano di pensieri, emozioni e vita che può essere attuato solo con la presenza. E come se non fossero giunti da più fonti, dalla comunità scientifica fino ad associazioni come Save the children, gli allarmi sui danni nella crescita e nello sviluppo che l’assenza di socialità può provocare.

Il tutto con almeno tre aggravanti:
Non tutti i figli italiani hanno genitori preparati, tecnologicamente dotati, in grado, per numero di ore a disposizione, competenze e disponibilità economiche, di supportarli nella Dad, fosse anche per “soli” tre giorni alla settimana. Con buona pace della Costituzione, che all’articolo 34 recita: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Ancora una volta le fasce disagiate della popolazione verrebbero discriminate, in violazione anche dell’articolo 3 della Carta: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Questo modello di didattica a distanza peserebbe sulle famiglie e soprattutto sulle donne, cui in Italia è ancora delegato oltre il 90 per cento del lavoro di cura, di nuovo facendosi beffe della Costituzione, che all’articolo 37, peraltro già ampiamente bistrattato in tempi di pre Covid19, sancisce il diritto alla conciliazione tra famiglia e lavoro fuori casa: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.
Potenziare la Dad non aiuterebbe certo a incrementare posti di lavoro nel settore scolastico, anzi, sarebbe il preludio per tagliarne.
Le alternative ci sono, lo Stato ha il dovere di studiarle e finanziarle nel modo adeguato.

UN PIANO MARSHALL PER LA SCUOLA
Possiamo e dobbiamo trasformare la crisi della pandemia in una grande occasione di cambiamento. L’esigenza di evitare la moltiplicazione dei contagi deve costringerci a ripensare il modello scolastico. Serve un grande progetto nazionale, una sorta di Piano Marshall per la scuola, che veda forti investimenti in termini sia di pianificazione sia economici. L’approccio alla scuola, dopo anni di sconsiderati tagli, deve evolversi in modo positivo, perché sia chiaro che non si può più risparmiare sul futuro della Nazione.

GRANDI METROPOLI E PICCOLI BORGHI: VALORIZZARE LE DIFFERENZE
E’ prioritario declinare le soluzioni sulle specificità di ogni realtà. L’Italia è fatta di grandi città e di piccoli borghi, con condizioni spesso agli antipodi. Ci sono scuole con classi ampie e grandi spazi all’aperto. Ci sono scuole con più insegnati che bambini, dove addirittura si fatica a mettere insieme classi con studenti della stessa età. In molti di questi casi, la chiusura delle scuole si sarebbe potuta addirittura evitare solo con un minimo di organizzazione. Le soluzioni in questi contesti saranno differenti da quelle per i residenti nelle metropoli. Questo anche per quanto riguarda le modalità di raggiungimento della scuola: andranno rafforzati gli scuolabus e i pedibus e resa più fruibile la rete dei mezzi di trasporto pubblico, per quanto riguarda sia gli orari sia i costi, declinando le diverse esigenze a seconda della realtà in cui si vive, che si tratti di metropoli o di piccoli borghi.

LA CITTA’ SCUOLA
Il concetto di scuola non potrà più essere legato all’edificio, ma dovrà essere esteso e diffuso: la città dovrà essere ripensata e fare spazio agli studenti. Musei, edifici civili e militari, associazioni di volontariato, circoli ricreativi, parrocchie, parchi. Servono investimenti in nuova  edilizia scolastica e in riqualificazione dell’esistente: gli edifici scolastici dovranno essere sottoposti a interventi per adeguarli alla nuova realtà, che impone di moltiplicare e ampliare gli spazi per evitare le attuali “classi pollaio”. Gli accessi negli edifici adibiti a scuola dovranno essere scaglionati e ai genitori dovrà essere vietato l’ingresso. Ogni luogo adibito a classe dovrà essere dotato di termoscanner.

LE ASSUNZIONI: TUTTI PER UNO
E’ necessario e urgente un piano di assunzioni di docenti e personale Ata, per consentire la gestione degli studenti a piccoli gruppi ed eventualmente su più turni e per amministrare la quotidiana sicurezza sanitaria: per esempio servirà personale formato per la misurazione della temperatura e per la sanificazione a più riprese degli ambienti. E dovrà essere ridotto a livello normativo il numero massimo di studenti per classe.

EDUCAZIONE SANITARIA E PREVENZIONE
L’educazione sanitaria dovrà entrare in classe con il supporto di personale specializzato che formi gli insegnanti e gli alunni alla nuova realtà che stiamo vivendo. L’opera di prevenzione non può prescindere dalla educazione sanitaria che, anzi, sarà fondamentale per evitare un nuovo lockdown. Per questo la riapertura della scuola deve essere considerata la base per la diffusione dell’educazione sanitaria e di un corretto approccio: uso dei dispositivi individuali di sicurezza, disinfezione frequente delle mani, introduzione del concetto di distanza di sicurezza e non più di distanziamento sociale, formula che acuisce la paura dell’altro invece dell’assunzione di responsabilità verso l’altro.

TESTARE, TRACCIARE E TRATTARE
E’ auspicabile e doveroso inserire il progetto scuola in un generale piano di prevenzione e contrasto al Covid 19 sull’intera popolazione. Un progetto sanitario efficace non può basarsi soltanto sulla prudenza, sui dispositivi di protezione individuale e sulla distanza interpersonale. Tanto più che la comunità scientifica ipotizza una seconda ondata di contagi con esiti ancora più gravi se non si testa la popolazione con il tampone, non si tracciano i contatti e non si trattano le persone positive, aumentando i posti letto in terapia intensiva e prevedendo per la quarantena luoghi alternativi all’abitazione familiare.

A LEZIONE DI ETICA PUBBLICA
Non è troppo tardi per attrezzare, in accordo col Miur, spazi aperti per una scuola estiva, almeno fino al 15 luglio e almeno nei centri meno colpiti dall’epidemia, garantendo così al contempo la necessaria socialità ai ragazzi, il diritto alle ferie degli insegnanti e un aiuto concreto alle molte famiglie che non potranno permettersi di andare in vacanza né di pagare ai propri figli il centro estivo. Vogliamo a questo proposito chiudere questo Manifesto con la bellissima proposta che ci ha scritto Marina Milan, professoressa all’Università di Genova.

“L’estate 2020 chiede a chi crede nella urgenza della scuola una straordinaria prova di Volontariato per fare lezione ovunque sia possibile, in ogni modo possibile, con creatività e passione, per svegliare le coscienze e rendere ben visibile la priorità dell’istruzione, al di là di ogni altro interesse. Possiamo trasformare questa emergenza in una straordinaria lezione di etica pubblica. In Italia ci sono tre mesi, giugno, luglio e agosto, pieni di luce e di sole, pieni di spazi all’aperto, sale pubbliche e private tutte da occupare per fare scuola a piccoli gruppi nel rispetto delle regole sulla distanza fisica (non sociale) con modalità in presenza docenti, bambini e ragazzi. In qualsiasi luogo è possibile attrezzare un’aula con sedie e tavoli e una lavagna (basta una lavagna per fare una lezione coinvolgente!). Questa dovrebbe essere la vera invenzione-rivoluzione: mille, diecimila, centomila  “aule” nelle piazze, nei giardini pubblici, nei parchi, nelle scuole, nei musei, nei teatri, al mare, in montagna, nelle città, oasi dell’apprendimento dove l’insegnare sia la grande lezione per la politica che risolve il problema scuola rimuovendolo”.